Alle origini della Geografia

Il geografo, fin dall'antichità, riuscì a realizzare il mitico sogno di Icaro: vedere la Terra dall'alto. Poi vennero le mongolfiere, gli aerei, le navi spaziali e molti altri poterono vedere, con i loro occhi, ciò per cui Icaro aveva pagato con la vita. Il geografo all'inizio fece uso solo della sua memoria e della sua immaginazione, per rappresentare la forma delle terre utilizzando, in parte la sua esperienza, ma più che altro i racconti dei viaggiatori.

La Terra secondo le descrizioni di Omero

Alcuni vogliono vedere in Omero il primo grande geografo, che non disegna, ma racconta la Geografia. I suoi due grandi poemi, l'Iliade e l'Odissea, sono anche testi di "Geografia narrata". Ma Omero deve essere ricordato anche per aver dimostrato l'utilità di conoscere la Geografia: un esempio è dato dalla misera figura che fece il grande Agamennone che, partito per saccheggiare la Troade, distrusse la Misia, avendo sbagliato rotta.

La Terra secondo un ignoto cartografo babilonese del VII secolo a.C. I due cerchi rappresentano le sponde del fiume Oceano. I piccoli cerchi all'interno indicano regni confinanti.

Anche in Babilonia la Geografia rivestiva un ruolo molto importante nella vita civile. Nelle grandi raccolte di tavolette di terracotta, trovate in quella città, molte rappresentano piante di città, altre sono delle vere e proprie carte stradali.. Una tra queste era così precisa nell'indicare le strade della città di Nippur che venne utilizzata, con successo, in una spedizione archeologica.

Nel mondo greco, fino al V secolo a.C. la Geografia è basata su una serie di conoscenze di luoghi, tramandate da un viaggiatore all'altro. Da questo sapere puramente descrittivo, nascono i primi portolani detti peripli in cui si descriveva la morfologia delle coste, la posizione delle foci dei fiumi, dei promontori, degli approdi, gli usi e i costumi dei diversi popoli. L'unità di misura delle distanze era semplicemente il giorno di navigazione. Tanto erano radicati questi peripli, nella cultura del popolo greco, che anche gli Dei, nelle leggende, per spostarsi da un luogo all'altro, si basavano su di essi.

Il primo geografo a redigere una carta, "pinax" in greco, dell'intero mondo abitato fu Anassimandro di Mileto, vissuto nel IV secolo a.C. Poco dopo Ecateo perfeziona questa carta integrandola con una descrizione di tutti i popoli conosciuti. In seguito furono le esigenze militari, legate alle conquiste di Alessandro, e poi la necessità di organizzare il suo immenso regno, a sviluppare la ricerca geografica e a spingere i geografi a trovare nuovi modi di rappresentazione della superficie terrestre. Questa ricerca culminò con la Geografia di Claudio Tolomeo.

Se nel mondo ellenistico la precisione della matematica si sposava con l'osservazione degli astri e ne derivava l'Astronomia matematica e la Geografia scientifica, nel mondo romano le carte geografiche ebbero una funzione essenzialmente pratica, la funzione che, nei tempi moderni, ha l'atlante stradale. In questa senso Strabone, che scrive la sua Geografia tra la morte di Augusto e il regno di Tiberio, pur essendo influenzato dalla cultura greca, è un caratteristico testimone dell'atteggiamento pragmatico dei Romani. E non a caso scrive che la Geografia deve essere, innanzi tutto, rivolta alle necessità della vita politica perché la terra e il mare che abitiamo costituiscono lo spazio delle azioni umane.... [e quindi]... tutta la Geografia si rivolge all'esercizio del potere. Questo concetto è il fondamento su cui si basa la grande carta esposta da Agrippa in Campo Marzio, una ricostruzione medioevale della quale è nota a noi come "tabula peutingeriana".

Porzione della "Tabula Peutingeriana"

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