Diario di viaggio

Rajastan in Royal Enfield, agosto 2011

 

… la prima cosa che feci fu tornare in India, … dove il tempo è più lungo”, Tiziano Terzani

Indice:

Itinerario del viaggio preparato con GoogleEarth (in celeste)


 


Lunedì 8 agosto

Santa Sofia di notte

Partiamo con Carla, Paolino e Romina da Senigallia verso le otto con la bella Yaris per Malpensa, mentre Paola, Marco e Costanza Pirro e Francesca Conean ci arrivano da Milano. Voliamo con la Turkish Airline e il volo prevede uno stop di un giorno a Istanbul, che serve a spezzare il viaggio e a rivedere una città meravigliosa. Arrivandoci ci stupiscono gli enormi progressi verso l’europeizzazione dall’ultima visita di 3 anni fa. Torniamo all’albergo accanto a Santa Sofia che ci era piaciuto, ma mi sembra molto più invecchiato di noi. Usciamo per una passeggiata fra le moschee e lungo l’ippodromo. Poi attraversiamo il Corno d’Oro per una cena a base di gozleme e un dessert al Pera Palace. Il ritorno a piedi attraverso il ponte di Galata conclude ottimamente la serata.

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Martedì 9 agosto

Interno di Santa Sofia

Il primo monumento da rivisitare è Santa Sofia con la sua resistenza ai cambiamenti. Forse è troppo grande e magnifica per cambiare, ma la sfida è comunque notevole. E’ bello stare in un posto dove tanta gente diversa può trovare un pezzo della propria storia, qui al confine fra due continenti. La cisterna romana lancia messaggi più univoci, ma comunque suggestivi. Meglio non strafare con i monumenti il primo giorno e ci concediamo un giro in battello sul Bosforo fino al primo ponte, costeggiando Europa e Asia. Il tempo è stupendo e la temperatura ideale. Siamo quindi pronti per il museo archeologico con le belle urne romane e fenicie, ma non mi entusiasma: qui non posso fare a meno di pensare a quello che ci aspetta in India. Il volo della Turkish è puntuale e non pieno.

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Mercoledì 10 agosto

Tuc-Tuc a Dehli

Si arriva a Delhi nel cuore della notte, ma c’è il pulmino ad aspettarci con l’autista Ram Singh, che ci accompagnerà nel viaggio. Il receptionist dell’albergo si prodiga per aiutarci, con la calma indiana. Nonostante che la nostra prenotazione cominci solo più tardi oggi, ci trova due stanze dove possiamo dormire ancora un po’. Quando sono le nove vado a prendere la moto: ho prenotato una Royal Enfield con la quale seguirò (o precederò) il pulmino degli altri. Ci vado con la metro e senza accorgermene salgo nel vagone riservato alle donne: non sapevo che ci fosse e con tutta calma mi avvertono. Poi avrei dovuto scendere all’ultima stazione, ma la bigliettaia mi aveva invece consigliato di scendere 3 o 4 stazioni prima. Un tuctuc mi porta dal concessionario. La moto non è l’ultimo modello, ma così ha il semplice motore a carburatore che tutti i meccanici sanno riparare. Ha una capiente intelaiatura per i bagagli e mi faccio montare un attacco da accendisigari per la presa del GPS. Finalmente parto nel traffico indiano. Me la cavo bene a tornare in albergo con l’aiuto del GPS. Ad un certo punto finisco in un dedalo di viuzze piene di bici e carretti a mano. Perdo mezz’ora ma mi diverto un sacco e ho già la conferma che la moto è il miglior modo per viaggiare anche in India, quello che se la sbriga meglio nel traffico, che ti dà le migliori occasioni di vedere e conoscere persone e che ti dà la miglior libertà di scelta. Con gli altri andiamo a fare un giro a piedi al mercato e poi a cenare in una trattoria tipica.

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Giovedì 11 agosto

Paolino nell'haveli

Si parte verso il Rajastan. Per non perdere tempo decido di seguire il pulmino all’uscita della città, anche se l’autista ci fa fare uno strano giro. Perdo presto gli altri ad un casello dell’autostrada dove le moto non pagano e quindi passano a lato senza fermarsi. Abbiamo deciso di visitare lo Shekhawati, regione del Rajastan settentrionale con piccole città cosparse di haveli, antiche case di mercanti decorate con pitture. Viaggiare in moto da solo su queste strade mi esalta. Ci sono frequenti scrosci di pioggia. Il primo lo evito fermandomi per pranzo, ma il secondo lo becco tutto. La pioggia è rinfrescante e non perdo tempo a mettermi la tuta. Inoltre aiuta a vedere meglio le numerose buche, almeno finché la strada non è tutta allagata, il che succede spesso. La moto è molto stabile e maneggevole con la ruota davanti da 21 pollici e molto avanzata. E’ proprio adattissima a queste strade e mi ci abituo presto. Ritrovo gli altri a Jhunjhunu, dove visitiamo alcune haveli dipinte ed una scolpita, direi quasi intarsiata, dove il proprietario ha fatto costruire una rampa per salire a cavallo sul tetto. Ormai è tardi e l’ultimo breve tratto di strada ci porta a Mandawa che è già quasi buio. L’albergo è in una piacevole haveli con grandi stanze un po’ delabré. Dopo cena andiamo a bere nel bar di un vicino hotel ricavato nel forte della città.

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Venerdì 12 agosto

Gruppo nell'haveli

Giornata dedicata alle haveli. Si comincia a piedi a Mandawa, che ne ha diverse belle. Carla ha mal di testa e ci aspetta in albergo: ha bisogno di un po’ di tempo per adattarsi ai ritmi dell’India. In una haveli ci sorprende un acquazzone e indugiamo sulle pitture, mentre un nostro fido ci procura degli ombrelli. Finite le haveli, vado da un sarto a farmi fare dei pantaloni leggeri da moto, che saranno pronti stasera. Infatti vorrei dei pantaloni che si asciughino più in fretta dei jeans. Scelgo una stoffa color fango, più o meno. Proseguo in moto per Mukundgarh a Sud, che ha varie haveli e un forte. Ho poca benzina e il distributore locale non ne ha. Per fortuna riesco ad arrivare al prossimo paese, che è Dundlod, dove visitiamo un forte. Qui c’è ancora il discendente del maharaja, che lavora al computer e ci saluta dignitoso. Un suo servente ci porta a vedere i suoi cavalli nella campagna vicina. Costanza sale in moto con me fino a Navalgarth, un’animata cittadina. Dopo pranzo facciamo un giro per il mercato, molto pittoresco e un simpatico ragazzino ci mostra le haveli principali. Mi colpisce la Murarka haveli che è ancora usata per matrimoni. Il ragazzino è molto sveglio ed ha un debole per Costanza. Sale nel nostro minibus per portarci a Parsurampura, il paese di haveli più a sud, che il nostro autista non conosce. La nostra guida si fa dare la chiave da una signora e ci fa visitare un cenotafio sulla cui cupola ci sono bellissimi dipinti mitologici. Tornati a Mandawa vado a ritirare i pantaloni che dopo breve attesa sono pronti.

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Sabato 13 agosto

Donne in costume

Parto con i nuovi pantaloni, che non saranno bellissimi, ma sono comodi. Si viaggia per piccole strade nelle campagne coltivate. Arriviamo al primo posto da visitare, credendo che sia Mahansar, e insistiamo per vedere l’haveli con i dipinti d’oro. Ci portano a vedere un bel piccolo tempio (Shani Mandir), poi un haveli fatiscente con un deposito di mobili a cielo aperto. Qui le haveli hanno una grande scala d’ingresso e torrette decorative. Finalmente un’agenzia turistica ci spiega che siamo in realtà a Ramgarh, quindi Mahansar l’abbiamo mancata e rimarrà mitica. Chissà se sarebbe stata veramente diversa? Carla viene in moto con me e concludiamo le visite dello Shekhawati a Fatehpur, che ha diverse haveli lungo la via principale. Una è completamente diroccata e i meravigliosi pezzi di pietra scolpita sono sparsi a terra nella melma. Il piccolo mercato è affollato ed ha delle buone banane. Finalmente partiamo per Bikaner e il paesaggio di fa via via più arido. Ci fermiamo a mangiare lungo la strada e stranamente non hanno riso, solo chapati, lenticchie e verdure. Mi affascina questo lento arrivo del deserto. Nonostante la zona più arida vengo lo stesso colpito da un paio di violenti acquazzoni. Si vedono bene arrivare e stavolta mi metto la tuta da pioggia. L’idea è buona, perché, anche se un po’ d’acqua passa lo stesso, poi i vestiti si asciugano rapidamente, grazie anche ai nuovi pantaloni. Nella zona di Bikaner ci dirigiamo subito al tempio dei topi a Deshnok (Karni Mata Temple), molto esaltato dalla guida. E’ una delusione rispetto ai magnifici templi dell’India del Sud. Non c’è nemmeno l’ombra di atmosfera religiosa. A Bikaner abbiamo ancora tempo di visitare il tempio giainista di Bhandasar su tre piani con una bella vista sulla città e di fare una passeggiata nei caotici vicoli della città vecchia. Andiamo in uno dei due alberghi nel palazzo del maharaja Karni Singh. Il receptionist mi scambia per una guida e “especially for you” mi dà la stanza del maharaja. Andiamo a cenare nell’altro albergo dove c’è una stanza da biliardo piena di trofei di caccia e di conseguente puzza.

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Domenica 14 agosto

Moto e pulmino

Visitiamo il forte Junagarh, residenza dei maharaja di Bikaner. Nel corso dei secoli è stato abbellito anche con cose europee, come i marmi di Carrara, le mattonelle di Delft e un pavimento siciliano. Tutte le ricche suppellettili sono ancora proprietà della famiglia dell’ultimo maharaja, quello del palazzo dell’albergo di ieri sera. Fotografo una bella indiana con il marito, che mi chiede di mandargli la foto per e-mail. Dopo una breve passeggiata nelle vie della città vecchia, partiamo alla volta di Jaisalmer, ché la strada è lunga. Il tempo è buono e mi azzardo a fare le prime foto dalla moto. Al secondo tentativo prendiamo una deviazione a sinistra per Kolayat, tranquilla cittadina sulle rive di un lago molto pittoresco pieno di ninfee. C’è un tempio a Ganesh, nuovo, ma costruito con gusto. In giro ci sono diversi santoni e risento un po’ di atmosfera religiosa. Si riparte verso sud-est e poco dopo pranziamo in un locale da camionisti lungo la strada. Costanza ha male di stomaco e non mangia. C’è ancora il sole e l’ambiente è desertico, ma si ammassano nuvoloni neri. Evito il primo temporale che ci passa a destra, ma poi comincia una fitta pioggia insistente. Proseguo con la tuta da pioggia senza grossi problemi lungo la strada spesso allagata. Poco prima di Phalodi la moto comincia a perdere colpi e dopo un paio di chilometri si ferma definitivamente. Aveva già perso qualche colpo ieri durante una pioggia, ma poi si era ripresa. Penso che sia un problema elettrico all’accensione ed aspetto il pulmino. Vicino a dove mi sono fermato c’è un punto di sosta per camionisti. Con l’autista del pulmino mi accordo con un pick-up che mi porti la moto fino a Pokaran a circa 65 km di distanza. Infatti non vogliono portarmela fino a Jaisalmer e fra due giorni dovremo comunque tornare a Pokaran. Viaggio con loro sul pick-up ed è impressionante come riescano a guidare con il tergicristallo che non funziona. Lasciamo la moto al Pokaran Desert Resort, un locale che l’autista conosce, ma dove purtroppo non c’è un meccanico nelle vicinanze e finalmente ripartiamo per Jaisalmer che è già buio e continua a piovere senza sosta. Arriviamo a Jaisalmer alle nove passate e non sembra proprio la splendida città del deserto. L’albergo che abbiamo scelto necessiterebbe di manutenzione e pulizia, ma ha fascino e sono molto gentili.

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Lunedì 15 agosto

Jaisalmer

Ram Singh ha degli amici a Jaisalmer e porta all’albergo un meccanico che mi offre di andare a riprendere la moto, portarla qui e ripararla per una cifra ragionevole. Mi sembra un ottimo affare, che mi consente di visitare la città. Ci accompagna una guida locale che parla bene italiano e verrà a febbraio a Perugia per migliorarlo ancora. La parte vecchia della città è contenuta in un bel forte su una collina, dove visitiamo 3 templi jainisti vicini fra loro, la cui pietra di arenaria si confonde con quella delle case. Poi è la volta del palazzo del maharaja in cui le stanze si susseguono senza ordine ma con grazia. Pranziamo sui bastioni e finalmente oggi il tempo è buono e ci assale il caldo del deserto. Scendiamo nella città bassa a vedere alcune haveli scolpite. Una di queste è stata costruita da due architetti su ordine di un ministro locale, il cui discendente di settima generazione ce la fa visitare. Per solidarietà gli compro una scatola di osso di cammello ed una di legno e argento, entrambe da regalare. In un’altra stanno girando un film: sembra impossibile, ma questo aumenta ancora la confusione e i colori. Torniamo in albergo a provare la piscina che è molto piacevole. L’acqua non è cristallina, ma del tutto accettabile. Mentre bevo un aperitivo rilassatissimo arriva la moto. Era entrata acqua nel filtro dell’aria, che hanno cambiato e c’era acqua anche nell’olio, che hanno pure sostituito. Mi pare che vada bene e che abbiano fatto un buon lavoro e pago volentieri le poche decine di euro che mi chiedono. Torniamo al forte per farlo vedere anche a Marco e Costanza, che prima erano rimasti in albergo, e ceniamo su una grande terrazza nel ristorante di un bell’albergo. Incredibilmente hanno finito le birre e me le procuro da un simpatico venditore lì accanto.

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Martedì 16 agosto

Attori a Jaisalmer

Si parte per Jodhpur mentre all’albergo fervono i preparativi per uno spettacolo di musica e danze. La moto si è riconciliata con l’India ed io con lei. A Pokaran visitiamo il forte di arenaria rossa. Ha accanto un hotel in disuso nel cui giardino con Marco salviamo uno scoiattolo caduto in un pozzo, aiutandolo con un ramo. Da Pokaran, invece di andare direttamente a Jodhpur, decidiamo di passare per Phalodi e Osiyan e dopo una lunga opera di convincimento l’autista si rassegna ai nostri desideri. Ma si vede che se la sentiva, perché a Phalodi si squarcia una gomma del pulmino. Carla me ne informa con un sms e cerco invano il pulmino per vedere se ha bisogno di aiuto. Alla fine Carla mi telefona che hanno cambiato la gomma e stanno ripartendo per Osiyan. Parto anch’io e ci arrivo per una strada a volte un po’ stretta ed in riparazione, ma del tutto accettabile per la moto con cui si evitano facilmente le buche e non ci sono troppi problemi negli incroci con autobus e camion. Visito da solo i due templi di Osiyan, perché gli altri non sono arrivati. Mi diranno che l’autista, forse scosso dalla rottura della gomma , ha voluto fare una strada più lunga. Il tempio induista è su una collina, ci si arriva con una lunga scala ed è pieno di indiani in preghiera. Quello giainista è più sotto ed è molto tranquillo, sono l’unico visitatore e c’è una buffa serie di storie dipinte. Proseguo per Jodhpur dove vado in avanscoperta all’albergo che Carla mi ha suggerito per sms. Controllo le stanze e mi sembra molto adeguato. Mi faccio una doccia ed un aperitivo aspettando gli altri che arrivano quasi due ore dopo di me, esausti ed esasperati dalle discussioni con l’autista. Comunque l’accoglienza e la cena dell’albergo rinfrancano corpo e spirito.

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Mercoledì 17 agosto

Il Mehrangarh di Jodhpur

La giornata è dedicata alla visita di Jodhpur. Cominciamo dal Jaswant Thada, il mausoleo di marmo bianco fatto costruire da un locale maharaja un secolo fa, che si trova sulla collina che domina la città. In cima a questa collina, quasi a prolungarla verso il cielo, c’è il Mehrangarh, un meraviglioso forte-palazzo, ben protetto da alte mura, sulle quali si vedono ancora i segni delle cannonate. Vi si entra passando varie belle porte. L’interno è un susseguirsi intricato di sale, cortili, bastioni, finestre da cui si domina la città, e collezioni di oggetti. Lo visitiamo con un’audioguida che racconta interessanti aneddoti. Poi torno in albergo a mangiare un sandwich alla piscina, mentre gli altri vanno al mercato. Esco in moto a comprare gli accessori della macchina fotografica che ho perso e a fare un giro nella città vecchia. Al ritorno trovo tutti rilassati in piscina. Rinunciamo all’idea di cenare all’esoso palazzo-albergo Umaid Bhawan e ceniamo invece nel bel giardino del nostro albergo, allietati da musiche e danze. Questo susseguirsi di città simili, separate da lunghi trasferimenti in pulmino, comincia a stancare il gruppo e c’è chi pensa alle spiagge delle Nicobare. Non è il mio caso, in quanto la moto aggiunge al viaggio un pizzico di libertà e avventura del quale non mi stancherei mai.

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Giovedì 18 agosto

Carla e moto

Si parte da Jodhpur verso Sud e verso i monti. Qualche pioggia sporadica mi spinge a fermarmi alcune volte a mettere e togliere la tuta. Passo Pali caotica e poco interessante. A Sanderi mi fermo per aspettare gli altri a una deviazione verso Est per vedere i templi di Ranakpur e il forte Kumbalgarh. Ogni sosta è occasione di conoscere qualcuno, perché la novità di vedere un turista arrivare su una moto indiana evidentemente attira i locali. Quando arriva il pulmino decidiamo invece di proseguire direttamente per Mount Abu e rimandare forte a templi a domani. Pranziamo a Sirohi, sorprendendo l’autista, che si era fermato davanti ad un ristorante “di lusso”: infatti preferiamo il baracchino di fronte, dove un cuoco cieco di un occhio ci vede abbastanza bene per cucinare un buon dhal. Poi la strada sale un gradino di un paio di centinaia di metri e continua lungo un’ampia valle diventando una comoda autostrada. Quando la lasciamo per salire lungo il versante occidentale della valle, Carla viene in moto con me. La strada è molto bella con curve da moto, bei paesaggi e scimmie giocherellone. La zona di Mount Abu è un altopiano sui 1000 metri circondato da monti. Visitiamo subito i templi giainisti di Dilwara. Non si può entrare con la macchina fotografica ed è un peccato perché le sculture di marmo bianco sono notevoli. Ci consoliamo poco più avanti ad Achalgarh, dove un’intraprendente ragazzina ci porta a visitare un tempio di Shiva e poi vediamo anche  un altro tempio poco più in alto sulla collina. Al ritorno verso Mount Abu, nonostante le nuvole, il sole si mostra per un bel tramonto su foreste, monti e laghi. La luce del crepuscolo illumina ancora il romantico lago Nakki, ultima visita della giornata. L’albergo era la residenza estiva del maharaja di Bikaner ed ha stanze molto grandi e piene di atmosfera.

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Venerdì 19 agosto

Il Chaumukha Mandir a Ranakpur

Prima di colazione con Carla facciamo un giro in giardino. Il giardino “all’indiana” è un misto di giardino “all’italiana”, ben strutturato con architetture e divisioni, e di giardino “all’inglese”, dove invece si cerca di dare l’impressione che la natura faccia il suo corso. La ragione forse è che qui la natura fa comunque il suo corso. I monti circostanti sono coperti di foresta, con alcuni templi e santuari in luoghi cospicui. Decidiamo di prendercela con calma e con Paola e Francesca facciamo una bella passeggiata intorno al lago Nakki, mentre Carla e Costanza fanno un giro su un bel pedalò a forma di papera. La discesa da Mount Abu è bella come la salita, solo bagnata da qualche goccia di pioggia. Sul fondo valle riprendiamo verso Nord l’autostrada già fatta all’andata, ma a Pindwara svoltiamo verso Est in direzione di Udaipur, fino a Jaswantgarh dove lasciamo l’autostrada per una  bellissima strada di campagna fra i monti verso Nord, che ci porta a Ranakpur. Visitiamo il complesso di templi giainisti, di cui il principale, il Chaumukha Mandir, è uno dei templi indiani più belli che abbia visto. E’ in marmo bianco, solo lievemente ingiallito dai secoli, e ha poche pareti, se non quelle di confine, il che lo rende molto arioso e ne lascia vedere la struttura, complicata ma ordinata e simmetrica. Dentro c’è anche un albero centenario. I soffitti delle numerose cupole sono tutti scolpiti finemente e non danno assolutamente l’impressione dello sforzo fatto a sostenersi. Proseguiamo per il forte di Kumbalgarh che non è molto lontano in linea d’aria, ma si raggiunge con una lunga deviazione. Lo spettacolo del forte che appare dopo un dosso è davvero impressionante. Ha lunghissime e ampie mura che si perdono sulle colline fra i boschi, forse a proteggere la popolazione e a consentire allevamenti e coltivazioni interni in caso di assedio. Il complesso è incentrato su una rocca in cima alla collina più alta, che domina il paesaggio dei boscosi monti circostanti. Intorno ci sono vari templi e villaggi. L’unico buon albergo del posto è pieno e ci dobbiamo adattare alla seconda scelta che non è poi così male. Ma andiamo a cenare nell’albergo migliore dove due danzatrici indiane mi invitano a ballare con loro, senza sapere cosa le aspetta.

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Sabato 20 agosto

Hotel a Udaipur

Partiamo da Kumbalgarh per Udaipur e lungo la strada vogliamo fermarci a Eklingji e Nagda dove ci sono dei templi a Nord di Udaipur. Come al solito il problema è convincere Ram Singh che ha un’irrefrenabile tendenza a rifare le strade che già conosce. Ci sembrava di esserci riusciti con l’aiuto di un benzinaio, ma andandosene stava già girando dalla parte sbagliata. Allora decido di mettermi davanti a lui e di aspettarlo ad ogni incrocio. E’ una giornata piovosa al punto che non mi tolgo mai la tuta. A volte piove anche forte, ma la moto per fortuna non perde colpi, forse l’hanno riparata bene e serve comunque fare più attenzione nei numerosi guadi. La strada è molto bella, attraversa la catena degli Aravalli con boschi, coltivazioni e paesini ed è poco trafficata. La gente a cui chiedo la strada è molto gentile ed alcuni mi invitano a mangiare con loro. Il tempio di Shiva a Eklingji non è niente di speciale. Ripartendo perdo gli altri: li aspetto a lungo ma sono già passati. Così passo Nagda senza vederla. Li ritrovo casualmente a Udaipur mentre cerco l’albergo in un punto in cui con il pulmino non possono proseguire. Allora Romina viene con me e rimaniamo bloccati da una processione di carri trainati da cammelli che si ferma ad un incrocio per dare spettacolo con danzatori con scimitarre ed un cerchio di palle legate con spaghi che fanno roteare intorno alla testa. L’albergo è molto elegante e curatissimo. Una deliziosa manager ci convince a prendere le suite: la nostra ha una bellissima vista sul lago. Così finalmente mi tolgo la tuta, mi cambio e mi asciugo. Usciamo a piedi a vedere la città il cui centro è al di là di un ponte pedonale ingombro di mucche. Mi ritrovo con le quattro signore bionde e cerco di immaginare cosa pensino di me i locali. Visitiamo la haveli Bagore-Ki lungo il lago. Ha interessanti mobili e suppellettili d’epoca e strane collezioni, come una di turbanti (c’è il turbante più grande del mondo) ed una di copie in polistirolo di monumenti (torre di Pisa, torre Eiffel…). Arriviamo al City Palace, ma le signore sono troppo stanche per la visita, gli resta solo l’imperdibile energia per gli acquisti. Le lascio al mercato e visito il tempio Jagdish a Vishnu che si trova in cima ad una ripida scalinata con due begli elefanti di marmo bianco. Poi torno in albergo per occuparmi della moto. Infatti negli ultimi due giorni, in caso di salita ripida con marce basse fa degli scatti, come se saltasse un dente della catena. I gentilissimi inservienti dell’albergo mi spiegano come arrivare da un meccanico di Royal Enfield. Lungo la strada incontro Marco, che con il suo piede dolorante è stanco di girare a piedi, quindi viene con me. Il meccanico inquadra subito il problema e mi propone di cambiare pignone, catena e ruota dentata. Solo quest’ultima è consumata, ma ci spiega che bisogna cambiare tutto il set. Visto che mi costa solo 2100 rupie di ricambi e 500 di lavoro (circa 40 euro in tutto), decido di accettare e gli lascio 1000 rupie di anticipo. Mi cambia anche un paio di lampadine fulminate, incluse nel prezzo, la moto sarà pronta domani a mezzogiorno e me la porta in albergo. Torniamo in hotel in tuctuc e ci godiamo un aperitivo alla bellissima piscina situata sul tetto dell’albergo. Ceniamo lì accanto su una splendida terrazza panoramica.

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Domenica 21 agosto

Costanza al City Palace di Udaipur

La visita di Udaipur, situata sulle rive di un bel lago, il Pichola, comincia con il City Palace, il palazzo più grande del Rajastan. Infatti si susseguono numerosissime stanze, sale adorne di ori e specchi, cortili, fontane, corridoi, passaggi aerei, terrazze, torrette ecc., arricchite da collezioni di armi, pitture, mobili, foto, mosaici (molto belli quelli nel cortile dei pavoni), piastrelle di Delft, lampadari e suppellettili varie. Ci sono molti turisti, soprattutto indiani. Alla fine della visita è per me l’ora di tornare in albergo per la riconsegna della moto, mentre le signore si perdono nel mercato. La moto è stata ben riparata, come verifico con una rapida prova. Oltre alla catena, alle due ruote dentate e a un paio di lampadine hanno cambiato anche un altro pezzo della trasmissione e mi consegnano tutti i pezzi vecchi. Alla fine pago un totale di 2900 rupie, comunque molto ragionevole. Con Marco partiamo subito per un giro in moto. Facciamo il giro di un altro lago a Nord, il Fateh Sagar. C’è un isola con un osservatorio solare, un isolotto con diverse mucche nuotatrici e il grande giardino Saheliyon-Ki-Bari. Da lì proseguiamo verso Nord-Ovest per un altro lago fra i monti, tenuto da una diga di mattoni. Un locale ci esalta le meraviglie della giungla che s’incontra più avanti su quella strada. Proseguiamo, ma incontriamo invece delle zone rurali. Su un gran prato dopo un paio di case c’è una compagnia di attori che si esibiscono di fronte a 200 o 300 spettatori rigorosamente suddivisi fra donne, uomini e bambini. Lo spettacolo è molto colorato e un po’ comico e tutti si divertono molto. Per fare foto mi arrampico sul tetto di una casa aiutato da alcuni ragazzi che ci sono già. Nel salire su un cancello accanto alla casa mi ferisco in due punti sulla gamba destra con le punte acuminate del cancello. Una delle due ferite sanguina un po’ ma non mi sembra niente di grave. Si avvicinano dei gran nuvoloni e decidiamo di tornare. In effetti alla diga comincia a piovere decisamente e ci fermiamo a cercare un sacchetto di plastica in cui riparare la macchina fotografica e i telefonini. Torniamo all’hotel per un’altra strada che passa accanto al Monsoon Palace, un nome, una garanzia. In effetti piove proprio a dirotto con fiumi d’acqua sulla strada ed anche le mucche cercano riparo. La temperatura non è sgradevole ed arriviamo in albergo fradici ma contenti. Ne approfitto per farmi subito un bagno in piscina e riposarmi un po’ in camera. Nel frattempo torna il sole e con Marco ripartiamo con la moto, stavolta verso Sud costeggiando la riva orientale del lago Pichola. Ci fermiamo prima in un giardino con dei giochi per bambini. Da lì vediamo una telecabina che sale a un forte. Non possiamo rinunciarci. Nella lunga, ma relativamente rapida coda siamo gli unici stranieri. Gli altri sono indiani relativamente benestanti. In cima ci sono i bastioni di difesa della città e si ammira uno splendido panorama sul lago e sulla città. Nella cabina al ritorno conosciamo una simpatica coppia di Chennai che vive a Delhi e lavora sul software per i telefonini. Sognano di fare un viaggio in Italia ed alimentano il sogno di Marco di un viaggio alle Andamane. Ceniamo di nuovo sulla terrazza dell’albergo e la serata si conclude con una visita alla principesca suite con piscina interna privata dove Paolo e Romina hanno deciso di passare la seconda notte in quest’albergo, ma la vasca della Jacuzzi spande ed hanno dovuto vuotarla.

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Lunedì 22 agosto

Vecchio e nuovo da Mandalgarh

Prendiamo l’autostrada verso Est Fino a Chittorgarh, dove c’è un grande forte su una lunga collina. Lo visito in moto con Marco, accompagnati da una guida locale che va in pulmino. La cinta di mura contiene un territorio molto ampio per dare modo alla popolazione interna di coltivare. Questo però l’ha reso difficilmente difendibile ed è stato espugnato almeno tre volte con suicidi in massa delle donne. Ha diversi complessi di palazzi, templi, torri e cisterne per l’acqua e la vista sulle due valli circostanti è molto bella. Proseguiamo verso Est lungo l’autostrada e sotto un forte acquazzone la moto si ferma di nuovo. La spingo per un paio di chilometri in cerca di un meccanico. Nel frattempo smette di piovere e la moto riparte. Indubbiamente non le piace la pioggia forte, e specialmente le pozze prese a forte velocità. Lasciamo l’autostrada verso Nord per Mandalgarh, un forte lasciato in stato di abbandono su una collina. I locali ci accolgono con un the: evidentemente vedono pochissimi turisti e quei pochi cercano di curarli. Oggi è il giorno del compleanno di Brahma ed in un tempio fanno festa. Anche qui c’è una grande e bella cisterna e bei panorami. Porto Marco ed altri in giro per il forte e quando stiamo per ripartire, la moto non parte. Il motorino di avviamento gira, ma è come se non ingranasse la ruota che ne trasmette il movimento al motore. Finalmente riusciamo a farla ripartire in due sulla moto e con parecchio slancio per la discesa. Il motorino di avviamento si reingrana e rifunziona. Da qualche parte oggi, dopo aver segnato più di 2000 km dalla partenza da Delhi, smette di funzionare il contachilometri, che comunque copro spesso con la ventosa del GPS. Proseguiamo verso Bundi per una bella strada di campagna. Per fortuna non piove più, anche se ci sono diversi acquazzoni in giro. Però fa buio e evitando un autobus la moto scivola a terra senza danni per me. Tuttavia la moto non riparte con gli stessi sintomi che aveva all’ultimo forte. La spingo fino ad un distributore lì vicino, dove sono molto gentili e cercano di aiutarmi a farla ripartire, ma non c’è verso perché qui manca una discesa adeguata e a spinta non ce la facciamo. Allora lascio la moto al distributore e mi accompagnano al vicino paese da dove prendo un autobus per Bundi a 15 km. All’arrivo in albergo gli altri sono un po’ preoccupati perché avevo il telefonino scarico e non hanno ricevuto l’sms che ho mandato con il telefonino di un indiano al distributore. L’atmosfera è un po’ tesa, forse il Rajastan non soddisfa le aspettative di tutti ed il viaggio in pulmino è stressante.

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Martedì 23 agosto

Palazzo di Bundi

Mi sveglio presto per cercare un meccanico, ma il receptionist mi spiega che aprono alle 10. Allora me ne vado da solo (gli altri si stanno ancora svegliando) a vedere il palazzo e il forte di Bundi. Il gentile bigliettaio mi consiglia di vedere prima il forte e poi il palazzo, gli do retta, così faccio la salita al forte quando è ancora un po’ fresco. Mi danno un bastone per difendermi dalle scimmie, ma su al forte non ne vedo, anche se è invaso dalla giungla. Sono evidentemente il primo visitatore della giornata e mi godo la visita solitaria con bellissimi panorami sulla città. Spero che si diano da fare per salvare questa meraviglia dalla rovina. Poi è la volta del palazzo; in realtà sono due, uno accanto all’altro: quello delle donne e quello degli uomini e si visitano separatamente. Finalmente è l’ora del meccanico, il receptionist mi ci porta in motorino e mi aiuta con le traduzioni. Il meccanico è sveglio ma forse inesperto di Royal Enfield. Andiamo con il suo motorino al distributore dove ho lasciato la moto, che c’è ancora. Aggiunge 3 litri d’olio (350 rupie al distributore), pulisce la candela e versa un po’ d’olio sulla testata e la moto riparte a pedale. Ovviamente non ha fatto niente per risolvere il problema del motorino di avviamento che non aggancia il motore. Dice che vuole controllare la moto nella sua officina e così la guido dietro di lui. Mi si spegne dopo un paio di chilometri, la riaccende, riparto e si rispegne dopo altri due chilometri. Allora la guida lui e non si spegne più. Arrivati all’officina mi fa sedere, mi offre un tè, poi prova la moto e me la riporta dicendo che è a posto. Dell’avviamento elettrico dice che la colpa è della batteria un po’ scarica e che dopo che sarà ricaricata ripartirà. E’ ovvio che non è così, ma non insisto, perché è inutile far fare questo lavoro ad uno non esperto della moto. Così parto alla volta di Ajmer, ma sulla salita all’uscita di Bundi la moto si spegne. La rispingo verso il meccanico di Bundi, ma dopo un po’ provo a farla partire a pedale e riparte. Quindi proseguo per Ajmer, ma dopo un paio di chilometri si rispegne. Mi pare proprio che sia un problema che non arriva benzina e mi ricordo che il meccanico ha mollato il tubicino di gomma che porta la benzina dal serbatoio al carburatore, per usare un po’ di benzina per pulire la candela. Questo tubicino è un po’ corto e fa una piega che lo stringe parecchio. Allora faccio ripartire la moto con il pedale, riparto per Ajmer e ogni tanto do una strizzata alla piega del tubicino per favorire il passaggio della benzina. Così la moto non si ferma più. Il viaggio è lungo ed in certi punti la strada è proprio bruttissima. Arrivato a Ajmer proseguo per altri 20 km per l’albergo di Pushkar concordato con gli altri. Ci arrivo stanco morto che sono quasi le sette di sera. In più mi fa male la gamba destra, perché si è infettata una delle due ferite che mi sono fatto sul cancello di Udaipur. Mi dà molta noia quando rimetto in moto la gamba, ma poi le cose migliorano in movimento. Ho anche brividi di febbre. Scelgo le camere per tutti e ne contratto il prezzo. Poi mi faccio la doccia ed un bagno nella bella piscina dell’albergo, nonostante tutto. Intanto arrivano gli altri e decidiamo di andare a cena fuori, perché qui sono integralisti musulmani e si mangia solo vegetariano e senza alcol. Troviamo quindi una simpatica pizzeria in città.

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Mercoledì 24 agosto

Colline a Pushkar

Giornata di riposo a Pushkar e mi ci voleva, perché questa notte ho avuto 38,3 di febbre e il polpaccio mi fa ancora male, soprattutto quando lo rimetto in moto. Comunque adesso le cure (antibiotico, anti-infiammatorio e pomata disinfettante) cominciano a fare il loro effetto. Ci svegliamo che piove alla grande. Approfittando di un intervallo fra le piogge andiamo in paese dove c’è un meccanico della Royal Enfield. Non ha l’ingranaggio del motorino di avviamento che sarebbe da cambiare e per farlo arrivare ci vorrebbe troppo tempo, ma telefona ad un concessionario di Jaipur che ce l’ha e mi dà il suo numero di telefono. Poi andiamo in tuctuc al tempio di Brahma, ma la ressa è tale che desistiamo dall’entrare. Le signore vanno al mercato ed io torno in albergo a dormire per buona parte della giornata. Torniamo a cena alla pizzeria di ieri con una coppia di milanesi conosciuti in albergo. La gamba va meglio e spero bene per domani.

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Giovedì 25 agosto

Riparazione della marmitta

Si parte per la capitale Jaipur, città costruita ex novo nel ‘700. La gamba va abbastanza bene con solo qualche dolore alla ripartenza. Mi fornisco di un set di medicine, fascio la ferita e partiamo. Ci fermiamo a Ajmer, città piuttosto anonima e piena di questuanti importuni. Davanti alla moschea un tizio con una shashia musulmana mi spintona come un forsennato per passare e mettersi davanti a noi e gli dico di non spingere. Ne nasce un diverbio e non ci fanno entrare nella moschea dove forse non ci avrebbero fatto entrare comunque. Questo islamismo integralista che impera in questa piccola parte del Rajastan dà veramente noia e supera le mie capacità di sopportazione. Ce ne andiamo verso Jaipur, per una bella autostrada. Lì l’atmosfera è completamente diversa, sembra un altro mondo: sono gentili, niente questuanti, traffico più ordinato e meno aggressivo. Sulle stradine del centro perdo la marmitta con gran baccano e mi fermo a raccoglierla. Riesco a trovare l’albergo, anche se non ne ho più il nome, solo ricordandomi visualmente la zona della città in cui è. Lì sono gentili, mi fanno vedere tre tipi di stanze e scelgo la più economica che è comunque molto bella. Dopo un bagno in piscina mangio un’insalata greca e mi accingo a riparare la moto che cade letteralmente a pezzi. Con l’aiuto della reception trovo il nome e telefono di un meccanico della Royal Enfield (non quello che mi era stato suggerito a Pushkar…), che al telefono mi dice di andare da lui. Mentre ci vado e mi fermo a chiedere indicazioni, uno sente il baccano, vede la marmitta staccata e me la risalda lui per 100 rupie aggiungendo anche un paio di dadi che mancavano. Il meccanico della Royal Enfield è un anziano signore simpatico che governa con calma uno stuolo di meccanici. Mi dice di tornare domani mattina per cambiare l’ingranaggio del motorino di avviamento. Riparto verso il centro, ma l’Osservatorio Jantar Mantar è già chiuso. Comunque faccio un bel giro per le solitarie (incredibile a dirsi) stradine lì intorno. La cena in albergo è piacevole anche se la gamba mi fa di nuovo un po’ male, forse perché oggi l’ho affaticata.

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Venerdì 26 agosto

Strumento all'Osservatorio di Jaipur

Sono puntuale alle 10 dal meccanico della Royal Enfield. Stanno pulendo e riordinando l’officina prima di cominciare la giornata di lavoro. Poi mi esamina la moto e dice che ci sarebbero da cambiare sia il giunto (sprang clutch, mi mostra quello della 350) che il motorino di avviamento. Tuttavia non ha il giunto per la mia 500. Allora lo faccio parlare al telefono con Andy, perché gli spieghi le condizioni della moto. Poi ci parlo anche io, spiegandogli che la moto ha avuto diversi problemi che mi hanno fatto perdere molto tempo e diversi soldi dai meccanici e che per la mancanza del pezzo non posso far altro che riportargli la moto così, ma che non voglio problemi con il mio deposito alla riconsegna della moto. Mi assicura che non ci saranno problemi, che posso riportare la moto così e che lui manderà a Delhi un suo rappresentante alla riconsegna della moto. Vado al Jantar Mantar, l’osservatorio di Jaipur con enormi strumenti di posizione in pietra. Mi affascina molto di più di 30 anni fa, forse invecchiando sono più in sintonia con questi vecchi strumenti. Passo un paio d’ore molto piacevoli, anche guardando la gente ed ascoltando quello che dice, e mi sento un po’ a casa. Poi è la volta di Amber Palace a una decina di chilometri a nord di Jaipur. Amber era la vecchia capitale, prima che il maharaja Jai Singh II costruisse Jaipur nel ‘700. E’ situata in un posto geograficamente molto bello, con colline boschi, laghi. Trenta anni fa con Carla ci eravamo arrivati in bicicletta costeggiando il lago con un bianco palazzo in mezzo (ora è giallo) e lì avevamo comperato un tappeto. La strada era sterrata e tutto è molto cambiato, tuttavia l’impeto dei ricordi è notevole. Prendo una guida per visitare il palazzo e lui è bravo nel farmi vedere e darmi spiegazioni in un inglese un po’ stentato. Vorrei andare anche al soprastante forte Jaigarh e lui mi dice che posso salirci a piedi in mezzora. Per fortuna un poliziotto ci nega il passaggio per un’ovvia scorciatoia, così desisto. Tornati in basso, quando la guida vede che sono in moto, mi indica una strada per arrivare lo stesso al forte con la moto. La strada sale sul crinale delle colline ed arriva su facilmente. Il forte è bello soprattutto per le spettacolari vedute sui paesaggi circostanti. Proseguo verso Sud lungo il crinale delle colline e, passato un tempio, arrivo a Nahagarh, un forte subito sopra a Jaipur, con un enorme vascone a gradini. Da lì una spettacolare strada di acciottolato a tornanti scende ripida in città. Mi rilasso in piscina con Marco e concludo la serata invitando a cena Carla, Francesca e Paola ad un ristorante consigliato dall’autista.

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Sabato 27 agosto

Tempio delle scimmie a Garga

Oggi partiamo verso Agra e vorremmo fermarci a Sariska, il parco delle tigri, per vedere la zona, anche se il parco è chiuso per via della stagione dei monsoni. Tuttavia non riusciamo trovare un albergo nei dintorni e desistiamo, decidendo di prendere invece la strada diretta verso Agra. Mentre il pulmino va al forte Jaigarh, che gli altri non hanno visto, io vado a Garga a vedere il cosiddetto tempio delle scimmie. Ci arrivo da sopra ed è in una stretta valletta con vasche digradanti. Nella più alta fanno il bagno le scimmie: si tuffano, nuotano, vanno sott’acqua e giocano a rincorrersi. Il tutto è veramente buffissimo a vedersi. Nel vascone sottostante fanno il bagno gli uomini con diverse donne, alcune delle quali non esitano a denudarsi il petto. Ogni tanto affiorano enormi pesci gatto a mangiare erbe lungo il bordo. La vasca più bassa è riservata alle donne che se ne servono anche per lavare i panni. Due di loro fanno asciugare al sole i loro sari tenendoli stesi con la testa. In uno dei due templi in basso ci sono due meravigliose porte intarsiate d’avorio. Mi ritrovo con gli altri a Abhaneri, lungo la strada per Agra a vedere un vecchio tempio indù, distrutto dai musulmani e rimesso in piedi alla meno peggio: speriamo che lo restaurino per bene. La meraviglia locale è però un grande vascone a gradini che sembra un disegno di Escher. Concludiamo la visita con una passeggiata nel villaggio, dove le signore regalano diverse penne ed un barbiere si fa fotografare volentieri. Più avanti ci fermiamo a Balaji per vedere il tempio degli esorcismi. E’ pieno di gente che fa allegramente una lunghissima coda lungo una specie di recinto da belve, alla fine della quale entrano nel tempio con grandi vassoi votivi. Desistiamo dalla coda, ma l’impressione è comunque forte. Decidiamo di passare la notte a Bharatpur, una cittadina prima di Agra. Ci arrivo prima degli altri e, come al solito, controllo e contratto le stanze dell’albergo (Marco poi lamenterà che nella sua la televisione ha solo pochi canali…), poi mi faccio un bagno in piscina, dove siamo solo italiani. Carla viene in moto con me a visitare il forte Lohagarh in cui entriamo attraverso il Lohiya Gate una bella porta fra i bastioni tondeggianti (ricorda Castel dell’Ovo), vediamo da fuori il tempio Ganga, ci troviamo imbottigliati dall’uscita degli studenti dell’Università, percorriamo una tranquilla passeggiata frequentata esclusivamente da signore in sari e ci ritroviamo per caso in un bel palazzo che stanno trasformando in albergo. Sono molto gentili e ce lo fanno visitare. Hanno rimesso a posto solo il piano terreno e ancora c’è molto da fare. Mentre Carla beve un the in giardino, salgo fin sul tetto più alto da cui si vede tutta la cittadina. C’è una torre dell’orologio e bellissime stanze, alcune con affreschi notevoli.

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Domenica 28 agosto

Fathepur Sikri

Visitiamo la riserva aviaria Keoladeo Ghana. Non è grande e ci giriamo in bici con una guida che ci mostra uccelli (gufi, martin pescatore, uccelli della fortuna, ecc.), cinghiali, iguana, sciacalli, cervi e tartarughe. Forse la cosa più interessante sono due grandi alberi coperti da cicogne nella stagione dei nidi. Quindi proseguiamo per Fathepur Sikri, che per 14 anni è stata la prima capitale dei Moghul durante il breve regno di Akbar, poi abbandonata a favore di Agra per scarsità di acqua. Il forte sulla collina ha una spettacolare piazza quadrata con al centro un elegante edificio bianco che contiene la tomba di Shaikh Salim Chishti ed altri edifici di arenaria rossa intorno, fra cui anche il palazzo della moglie cristiana di Akbar. Non ha l’aria di essere servito per così poco tempo. Proseguiamo per Agra, l’ultima meta del nostro viaggio. Il primo albergo che proviamo è bellissimo, ma molto caro, nonostante lo sconto. Andiamo quindi ad un altro consigliato da Ram Singh e ci rilassiamo nella sua piscina prima della cena al ristorante cinese.

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Lunedì 29 agosto

Taj Mahal

Mi sveglio poco dopo le cinque e alle sei sono al Taj Mahal in tempo per vedervi il sorgere del sole. La gente è ancora poca e mi godo questa meraviglia e la sua spianata lungo il fiume. Non ho nemmeno lo stress di dover fare foto, perché lo shock dal freddo della stanza al caldo umido esterno fa appannare le lenti dell’obiettivo e ci vuole un’ora prima che si puliscano. Poi andiamo con il pulmino a vedere il forte, l’unico in pianura del Rajastan, e il mausoleo di Akbar, una decina di chilometri fuori città, dove ancora pascolano antilopi. Al tramonto vado di nuovo ad ammirare il Taj Mahal dai profumati giardini Mehtab Bagh al di là del fiume.

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Martedì 30 agosto

Moschea Jama Masjid

Ultimo giorno in India di questo viaggio e sarà un giorno lungo perché il nostro aereo parte da Delhi alle 4:45 della prossima notte. Vado in moto a visitare la moschea Jama Masjid, dove ho un’interessante conversazione religiosa con un gruppo di fedeli musulmani, che stanno finendo le preghiere del Ramadan. Il capo è contento quando gli dico che ho letto parti del Corano e mi raccomanda di leggerlo tutto, un po’ per giorno. Gli chiedo se lui l’ha letto e mi dice di no perché non sa leggere. Tuttavia lo ascolta tutti i giorni. Torno in albergo a farmi l’ennesimo bagno in piscina, a trovare Costanza che ha un’influenza con febbre ed a preparare gli ultimi bagagli. Parto nel momento più caldo della giornata, ma è che voglio arrivare prima di buio. Mi fermo a Mathura per vedere il gruppo di templi a Krishna costruiti sul luogo dove dicono che sia nato. Solo uno è aperto e non è un gran che. Mangio una strana crepe salata e sottilissima, ripiena di cipolle. Proseguo per Vrindavan che sembra un po’ un’Assisi indiana: ogni tre case due sono templi. Alcuni sono belli, ma la maggior parte è kitch. E’ ore di partire per Gurgaon a riconsegnare la moto e ci arrivo che è quasi buio. Non fanno difficoltà a riconsegnarmi la caparra e me ne vado con calma in taxi all’aeroporto ad accingermi alla lunga attesa per la partenza del volo di ritorno.

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“La vita è un ponte, non costruitevi sopra alcuna dimora. E’ un fiume, non aggrappatevi alle sue sponde. E’ una palestra, usatela per sviluppare lo spirito, esercitandolo sull’apparato delle circostanze. E’ un viaggio: compitelo e procedete!” Budda