Diario di viaggio

Trekking in Mustang, ottobre 2014

 

Qualcosa è nascosto. Vai a cercarlo. Cerca al di là delle vette. Qualcosa è stato perso al di là delle vette. È stato perso e ti aspetta. Vai!Rudyard Kipling

Il fascino del Mustang è dovuto al fatto che si tratta di un’enclave tibetana in territorio nepalese. Infatti è tibetano per paesaggio, popolo, cultura e religione, ma si trova in territorio nepalese. Chi ama il Tibet ci ritrova il brullo altipiano a nord della catena principale dell’Himalaya, i monasteri buddisti, il popolo schivo, ma ospitale, il clima secco e i cieli tersi, ma senza le devastazioni e le modernità portate dai cinesi. Tuttora si può attraversarlo completamente solo a piedi, anche se con la stagione secca alcuni veicoli riescono a salire sul greto del Kali Gandaki, il fiume principale. Il Mustang è stato per secoli un regno indipendente; dal 1951 è parte dello stato nepalese e solo da pochi anni è aperto ai turisti. È un luogo dove c’è poco, ma non manca nulla!

In una valle lontana, dietro le vette ghiacciate dell’Himalaya, vive un re d’altri tempi. Il suo castello è di pietre e di fango, i suoi tesori sono pecore e cavalli.Tiziano Terzani

Indice:

Itinerario del trekking preparato con GoogleEarth

 


Mercoledì 8 ottobre

Questa volta abbiamo perso l'aereo! Quando si tratta quasi di partire da Castel del Piano per Fiumicino per prendere l'aereo di Etihad che parte alle 21:45, mi accorgo che ho lasciato il passaporto a Firenze. Probabilmente sono rimasto scombussolato ieri quando, appena arrivato a Firenze dopo il matrimonio di Laura, sono dovuto ripartire di gran fretta per portare a Chiusi il passaporto di Laura che l'aveva lasciato a Firenze ed era già partita per Fiumicino alla volta del viaggio di nozze in Australia. Le ho portato il passaporto e mi sono dimenticato il mio, in quanto, essendo già a Chiusi ho pensato di andare a Castel del Piano, senza tornare a Firenze. Oggi, dopo aver recuperato il passaporto da Firenze in moto, tentiamo comunque di andare a Roma pensando di poter ripartire da lì, magari dormendo da Brunoro, ma Etihad non risponde al telefono e Marchetto al telefono ci trova un volo con Turkish Airlines che parte domani mattina da Pisa. Quindi torniamo a Castel del Piano con gran gioia di Xi-Ling, dei gatti e di Eco.

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Giovedì 9 ottobre

Quinto ci accompagna a Terontola dove prendiamo il treno per Pisa e poi il volo per Kathmandu con scalo a Istanbul. Sul treno ci capita un incredibile caso fortunato. Saliamo su un vagone a caso e ci sediamo in uno scompartimento a caso. Poi mi ricordo che abbiamo dei posti prenotati e sono proprio quelli dove siamo seduti! É segno che forse la jella ci ha abbandonato.

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Venerdì 10 ottobre

Il tempio delle scimmie

Si arriva a Kathmandu all'alba con ottima vista sui monti rosa. Dopo le solite formalità del visto, l'auto della Firante ci porta al solito albergo (Ambassador Garden Home). La stanza non è ancora pronta e ne approfittiamo per una visita a Durbar Square e per una sosta al Pilgrim Book Store. Dopo una siesta ristoratrice torniamo al tempio delle scimmie, dove Carla dà il suo meglio comprando una pietra scolpita ed un campanaccio di 7 metalli con il batacchio di corno di yak. Dietro al tempio principale ci sono decine di monaci che a due a due fanno vivaci dispute teologiche, contrassegnate da un forte battito di mani del vincitore. Poi è il momento della visita a Surendra, il capo dell’agenzia Firante che ci organizza il trek. Ci accompagna Robin, un Nepalese dello stesso villaggio di Surendra in Humla, che sarà la nostra guida. Ha l'aria carina, tranquilla e pare che sia esperto di buddismo. Siamo felici di rivedere Surendra, lui ci dà le istruzioni per il trek e noi lo paghiamo. Prima della cena in un ristorante thainlandese torniamo a Durbar Square.

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Sabato 11 ottobre

Lago di Pokhara

Robin e l'autista dell'anno scorso ci vengono a prendere in albergo alle 7:30 e partiamo per Pokhara con la jeep di Surendra. Sono circa 200 km, la prima parte montuosa con molte curve e camion. Ci fermiamo per pranzo vicino ad una teleferica che porta ad un tempio indù sulla montagna. A differenza dei buddisti, gli indù credono che si possa andare in paradiso in teleferica. Pokhara è una piacevole sorpresa su un bel lago con vista sull'Annapurna. Ci sistemiamo in un bell'alberghetto in riva al lago; poi con Robin facciamo una passeggiata di poco più di un'ora fino al tempio indù di Bindhyabasini con belle viste sui monti. Torniamo in taxi per non perderci il lungolago molto animato nella luce del tramonto ed un ottimo sugo di frutta fresca. Ceniamo al ristorante Zorba, che di greco ha solo il nome. Robin ci lascia in anticipo perché soffre dei postumi di un'ulcera allo stomaco. Carla trova una pashmina per proteggersi il collo dal freddo ed asciugarsi il sudore.

“Il Mustang è il paese della completa felicità, dove tutto ciò che è ambito o necessario è a portata di mano, dove i sudditi sfavillano come stelle e lo spirito si diletta nella contemplazione del re.” Rebecca Solnit

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Domenica 12 ottobre

La valle del Kali Gandaki con il Nilgiri

Partiamo per l'aeroporto che è ancora buio e prendiamo il primo volo per Jomsom, che parte proprio all'alba. La vista sull'Annapurna e sui monti circostanti è proprio spettacolare. Il pilota è bravo e vola basso fra i monti. All'arrivo ci accoglie Buddy, il nostro portatore che conosce bene i sentieri del Mustang. Qui comincia finalmente la nostra passeggiata. Percorriamo circa 8 km lungo il fiume Kali Gandaki, un po’ lungo la strada delle jeep, un po' lungo sentieri. Da Pokhara il paesaggio è cambiato nettamente e, nonostante che siamo "solo" a 2700 m, non ci sono più alberi e il cielo ha una meravigliosa luminosità tibetana. Il fiume sale dolcemente, ma la valle è mutevole con il Nilgiri e il Daulagiri alle spalle. Questa salita senz'alberi con i molti alti alle spalle dà molto la sensazione di essere in Tibet. È solo strano che qui lo spartiacque, che segna il confine, sia circa 100-150 km più a nord della massima catena Himalayana qui segnata dell'Annapurna, Nilgiri e Daulagiri. Questa stranezza geografica ha creato l'enclave tibetana del Mustang in territorio Nepalese. Arriviamo a Kagbeni per pranzo, prima che si alzi il vento. Il pomeriggio è dedicato alla visita del paese. Nel monastero buddista c'è un rito di chiusura di un periodo liturgico. I monaci sono seduti in due file con davanti i fogli di preghiera in tibetano. Uno recita e gli altri rispondono in coro e suonano periodicamente un tamburo, una tromba ed alcuni piatti  di ottone. Il monaco più anziano sta seduto più vicino alla statua di Buddha e conduce il rito con poche parole, un campanello ed uno strumento fatto da una scatola con appesi due spaghi cui sono legati due sassi. Ruotando il manico della scatola con un movimento rapido ed alternato del polso, si produce un suono simile a quello delle nacchere. Giovani del villaggio portano dei vassoi pieni di candele rosse a forma di cono (torma). Robin ci spiega che sono offerte e che il rosso rappresenta il sangue delle antiche offerte di animali, ora non più in voga. Il paese ha una parte vecchia molto pittoresca, in cui gli edifici hanno la parte bassa in pietre e quella alta di fango. Si cena molto presto e conosciamo un francese che ha adottato un ragazzo di Pokhara di 18 anni e lo ha portato a vedere Muktinath. Il ragazzo è campione di karatè e il francese lo ha convinto a riprendere gli studi. È riuscito a fare le carte per l’adozione in Nepal, ma non ancora in Francia. Dice che non ha figli né parenti stretti e preferisce lasciare la sua eredità al ragazzo nepalese, piuttosto che allo stato francese.

“Tagliato fuori dal resto del mondo, incontaminato da influenze esterne, il Mustang è rimasto fermo nell’immobilità del tempo. Montagne invalicabili lo hanno protetto dal ‘progresso’.” Tiziano Terzani

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Lunedì 13 ottobre

Bambina a Tangbe

Alle 7:15 siamo pronti per partire, dopo un gargarismo con acqua calda e sale per tenere a bada il mio mal di gola. La giornata è bella, solo un po’ più velata di ieri. Come sempre la mattina non c’è vento. Si segue la riva sinistra del Kali Gandaki. Robin rimane a sistemare i permessi: infatti a Kagbeni si entra nella riserva dell’Alto Mustang. Seguiamo quasi sempre la strada delle jeep, ma non ci sono quasi più veicoli: evidentemente la maggior parte va a Muktinath. La valle sale molto dolcemente, ma la strada a volte sale di più per superare degli ostacoli. I pendii più ripidi hanno bellissime formazioni rocciose. Una sembra proprio un pandoro. Spesso ci sono gruppi di grotte evidentemente abitate in passato. Robin dice che erano luoghi di meditazione. Visitiamo il villaggio di Tangbe dove compriamo delle mele colte al momento. Dalla partenza di questa mattina ci segue un simpatico cane nero, che viene cacciato a sassate da un pastore di capre, ma lui continua a seguirci. Ci fermiamo per pranzo a Chhusang. Tutti i paesi sorgono in aree un po’ pianeggianti e coltivabili, che tuttora sono necessarie per il sostentamento degli abitanti. Coltivano orzo, grano saraceno, alberi di mele, sorgo, ortaggi, con curatissimi sistemi di canalizzazione dell’acqua. Dopo pranzo arriviamo in un punto circondato da rocce rosse dove la valle si stringe in una gola stretta. Passiamo il Kali Gandaki e lì accanto la maggior parte del fiume passa in uno stretto tunnel nella roccia rossa. Poi il sentiero sale per un ripido pendio e si arriva a Chele, il posto per la notte. Ovviamente è un paese più primitivo di quelli più a valle, con i suoi animali, stupa, scuola e case di pietra e fango. A cena conosciamo un tedesco che viaggia per conto suo. Dopo cena comincia a piovere e non resta che dormire.

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Martedì 14 ottobre

Cucina a Samar

Ha piovuto tutta la notte e non accenna a smettere. Tutti dicono che la pioggia è molto strana in questa stagione, ma così è e non ci si può fare niente. Ci prepariamo bene con mantelle e copri zaini e si parte lo stesso. Abbandoniamo il fiume e saliamo di circa 600 metri sul versante destro di una valle laterale, prima lungo una strada e poi lungo un sentiero agevole, ma reso un po’ scivoloso dalla pioggia, che salendo si trasforma in neve. Quando arriviamo al paesino di Samar, in terra è tutto bianco. Ci fermiamo a scaldarci in un rifugio. Si ferma con noi un gruppo di francesi con i quali abbiamo condiviso la salita. Arrivano due locali dal prossimo paese e dicono che sul sentiero ci sono già 20 cm di neve. È più di un’ora che siamo fermi e la neve non accenna a smettere, anzi aumenta. Quindi decidiamo che è meglio che ci fermiamo qui. Finalmente mi cambio i vestiti che sono piuttosto bagnati. Il raffreddore mi ha preso alla testa. Pranziamo e poi, visto che continua a nevicare, non resta che leggere e poltrire fino a ora di cena. Mi convinco a prendere un antibiotico di Robin e faccio i soliti gargarismi con acqua e sale. A cena conosciamo una coppia di medici cechi, che mi danno delle medicine per il raffreddore. Dopo cena tutti a nanna mentre continua a nevicare.

We say that a house without firewood on top is like a head without hair.” Dara Gurung

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Mercoledì 15 ottobre

Salendo a Bhena

Grazie alle medicine dormo bene e la mattina ha smesso di nevicare. C’è sole con ancora qualche nuvola e il paesaggio è tutto bianco. Si sale a Bhena e poi a Syanboche. Il paesaggio è bellissimo, allietato dalla neve e dal sole. Camminiamo spediti e decidiamo di andare a mangiare a Jhaite. Poi c’è un passo sui 4000 m e si scende a Ghami, un villaggio più grande, dove ci fermiamo per la notte. Il proprietario è parente del re del Mustang. Ha una bella faccia diversa dagli altri. Cominciano ad arrivare sui telefonini delle guide notizie di morti e dispersi dovuti a tempeste di neve e vento intorno all’Annapurna, non molto lontano da noi. Non riesco a mangiare molto, solo due minestre. Poi a letto sotto le stelle che fanno capolino da una grande finestra.

“Bivacco notturno al monastero sui monti
Allungo la mano, afferro le costellazioni
Non oso parlare ad alta voce
Ho paura di svegliare chi sta sopra il cielo.”
Li Po, dinastia Tang

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Giovedì 16 ottobre

Arrivando a Lo Mantang

È una mattina fredda e bellissima. Le scarpe e le calze che ho lasciato fuori sono gelate, ma il sole le scalda subito. Partiamo alle 8 e si sale al Chinggel La (3870 m). In salita superiamo dei ciclisti nepalesi in mountain bike, che poi ci risuperano agevolmente in discesa. Comunque arriviamo a Tsarang in 2 ore e mezza, invece delle 4 ore che dice la guida. Carla è molto più veloce dell’anno scorso e non devo mai aspettarla. Ci fermiamo a pranzare al sole su un bellissimo tetto terrazzato. Mentre ci preparano il pranzo andiamo a visitare il monastero. È pieno di vita. Ci sono delle donne che lucidano gli ottoni con del carbone. Altri sono indaffarati in costruzioni, altri con i raccolti messi ad asciugare sul tetto. Ma manca il monaco che è andato a celebrare un rito in casa di qualcuno. Quindi non possiamo vedere l’interno del tempio. Su una collina accanto a quella del monastero c’è un palazzo fortificato che doveva essere quello del signore del luogo, ma ora appare in disuso. Visto il tempo stupendo, l’ora non tarda e le buone condizioni fisiche, decidiamo di proseguire per Lo Mantang, la capitale del Mustang, e recuperare così la mezza giornata persa per la neve. Dopo una rapida discesa al fiume, c’è una salita, prima un po’ ripida, poi più dolce, che sale lungo una valle solitaria e meravigliosa. A metà della valle c’è un solitario chorten. Si arriva al passo Lo La a quasi 4000 m. Dal passo si vede Lo Mantang dall’alto e soprattutto lo splendido altopiano che sale dolcemente verso il Tibet, poco lontano. Questo fa ben capire come questa terra sia molto meglio collegata con il Tibet che con il Sud, dal quale la separano alte montagne, passi e canyon impervi. In 4 ore siamo arrivati, invece delle 5 della guida. L’arrivo all’hotel scelto da Robin è disperante. La strada per arrivarci è un fiume di fango e anche l’interno non è accogliente. Non è difficile convincere Robin a cercare un altro posto. Troviamo il Lotus Holiday Inn che ha una bella stanza con bagno privato, un lusso cui non siamo più abituati. Siamo molto felici di essere arrivati alla nostra meta nel Mustang e festeggiamo con una birra per cena.

“Nel 1380 un nobiluomo di Lhasa andò a istallarsi in Mustang, si proclamò re e, tra queste strabilianti montagne, costruì una città. La cinse di grosse mura di fango e la chiamò Lo Mantang,la piana delle aspirazioni dello spirito’.” Tiziano Terzani

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Venerdì 17 ottobre

Monastero a Jhong

La notte è delle migliori, anche per Carla che con la toilette privata si lascia andare. Finalmente non dobbiamo fare bagagli e partiamo con calma e con Buddy scarico verso Choser, che è a circa due ore di strada risalendo il Kali Gandaki. La valle è dolce e i pendii hanno dei colori eccezionali. Visitiamo le grotte Jhong, scavate nella roccia friabile. Assomigliano alla cittadella di Tsaparang in Tibet, ma senza dipinti e più piccole. Poi visitiamo il vicino monastero della setta Sakya su un pendio dirupato. C’è un monaco gentile, bei dipinti e un buddha dalle mille mani. Pranziamo bene in un semplicissimo ristorantino e poi Robin ci porta fuori dai giri turistici a vedere un altro monastero, questa volta della setta Nyingma che ha un’affascinante luce all’interno. Torniamo con calma, un po’ contro vento, in una solitudine ispiratrice. Arriviamo in albergo che il sole ha riscaldato l’acqua dei pannelli e ci facciamo la prima doccia da Kagbeni. Poi andiamo a prendere un cappuccino nel bar “Lavazza”. È molto buono e il proprietario ci spiega che glielo ha insegnato Luigi Fieni, un italiano che da più di 10 anni viene a Lo Mantang per restaurare gli affreschi dei monasteri e per fare una scuola di tanka. Un suo allievo è il proprietario di un negozio vicino al nostro albergo, dove Carla va a vedere dei bei tanka da regalare. A cena si parla dei programmi per il prosieguo del trekking.

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Sabato 18 ottobre

L'acquedotto di Lo Mantang

Bella giornata fredda. Ci svegliamo con calma, anche perché abbiamo deciso di partire da qui domani, un giorno prima del programma, per poter andare a Muktinath entro gli 11 giorni del permesso. Andiamo con calma al monastero di Namgyal sopra a Lo Mantang, lungo una valle coltivata. Il monastero è in ricostruzione, stanno rifacendo un edificio enorme che non si può visitare. Vicino c’è un simpatico villaggio agricolo, dove apro il primo tubetto di bacetti Perugina a favore di Robin e di 5 ragazzine. Poi Robin torna in albergo e con Carla andiamo a esplorare la valle coltivata a monte del monastero. Ci accompagna un ragazzino con una grande gerla. Arrivati nella valle scopriamo che gli serve per mettere lo sterco secco che raccoglie. Poi per caso troviamo l’origine del sistema idraulico che porta l’acqua a Lo Mantang. L’acqua viene prelevata dal fiume pulito a monte del monastero e delle sue coltivazioni e poi canalizzata lungo il versante destro della valle con un sistema antico, ma molto sofisticato ed efficace. Per esempio in questo canale non vengono ammesse acque più sporche dai piccoli rivoli che scendono dal pendio. Per attraversare una valle laterale più grande la vecchia condotta che girava attorno alla valle è stata recentemente rimpiazzata da un ponte sospeso che è quasi completamente occupato da un tubo che porta l’acqua. Ciò nonostante lo percorriamo senza grossi rischi. Così arriviamo a Lo Mantang da un lato non previsto. Per entrare nella città dobbiamo scavalcare alcuni muretti e finiamo nell’orto privato di una famiglia. Dopo pranzo e siesta il proprietario del negozio di tanka, che è allievo di Luigi Fieni, ci porta a visitare i 3 monasteri principali della città. Il più interessante è il Jampa Gompa, che è il più antico e ha dei bellissimi Mandala tantrici. Nel museo collegato a questo monastero ci sono antichissimi scritti Bon, che sono stati trovati da una spedizione del National Geographic in grotte qui vicine. Carla è un po’ raffreddata ma non rinunciamo ad una visita nel negozio dei tanka dove compriamo quelli che Carla aveva già scelto: un grande Avalokitesvara per Gori, un sentiero dell’elefante per Marchetto e una ruota della vita per Leslie. Sono veramente bellissimi e ci vengono confezionati in un tubo impermeabile. Dopo gli acquisti il gran freddo ci respinge dal caffè italiano in albergo sotto le pezze fino a cena e poi anche dopo per l’ultima notte a Lo Mantang.

“È facile capire come per gli uomini, vissuti da secoli in questo paesaggio, il vento non sia altro che il respiro delle montagne, ogni rupe e ogni anfratto la dimora di un dio di cui è importante guadagnarsi la benevolenza.” Tiziano Terzani

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Domenica 19 ottobre

Tetti e rocce di Dhakmar

È una giornata meravigliosa, senza una nuvola e neanche troppo fredda. Dopo avere salutato i vari amici, partiamo lungo il sentiero più a sud ovest, più in alto sul lato destro della valle. Si arriva abbastanza dolcemente ad un passo a 4300 m in un paio di ore. Da lì si scende al monastero di Ghar Gompa, uno dei più vecchi esistenti fra i buddisti. È molto interessante: invece delle solite pitture sulle pareti ha centinaia di piccole nicchie, ciascuna delle quali contiene una divinità un po’ in rilievo e dipinta. Ci preparano anche un’ottima minestra di verdura. La luce della giornata è meravigliosa dappertutto e il paesaggio cambia dal freddo altipiano tibetano a monti più mossi e vari. La catena dell’Annapurna e del Nilgiri spicca sullo sfondo a sud. Su questo sentiero in disparte ci sono più locali che turisti. Da Ghar Gompa si risale al Mui La a 4170 m, da cui una ripida discesa ci porta a Dhakmar, un bel paesino sotto un’impressionante e variegata parete di rocce rosse. Visitiamo il monastero e Carla trova finalmente dei fossili per la nostra collezione e da regalare. Le rocce colorate sotto la luce del sole calante sono stupende e non smetto di far foto. Con un’altra ora di cammino arriviamo a Ghami, il luogo della notte, dove torniamo all’ostello già conosciuto. Approfondiamo la conoscenza con la coppia di francesi di Montpellier, vecchiotti molto simpatici. Mi godo le stelle da una grande finestra davanti al letto.

“Noi ci guardiamo, il cielo ed io, senza stancarci.” Li Po

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Lunedì 20 ottobre

Monasteri a Ghiling

La giornata è bellissima e non fredda. La padrona dell’ostello ci fa visitare il suo monastero privato e ci vende delle pietre da collana. Partiamo lungo la stessa strada dell’andata che sale al Ghami La (3765 m), ma dopo la discesa dal passo giriamo a sinistra per Ghiling, che all’andata avevamo saltato. È un villaggio grande con grandi spazi, sormontato da una collinetta con un vecchio forte diroccato e due monasteri del secolo scorso, restaurati 20 anni fa. In quello superiore c’è una cerimonia per il benessere e la pace del villaggio, alla quale vengo invitato a partecipare, mentre Carla non è ammessa. Circa 8 monaci leggono preghiere, suonano, cantano e bevono the con burro di yak, che viene offerto anche a me. Mi faccio forza e lo bevo. Un giovane monaco seduto accanto a me mi dà spiegazioni su quello che accade, mi dice che ha sentito parlare di Luigi Fieni, che però lì non è stato (qui restauri non sono necessari). Poi visitiamo anche il monastero più in basso, anche lui piuttosto nuovo (vedi foto). Ripartiamo e, dopo un piccolo errore di strada commesso da Robin (Buddy non è venuto a Ghiling ed ha tagliato dritto per Samar), al passo Syamboche La (3850 m) ritroviamo i simpatici francesi. Con loro pranziamo a Syamboche, dove loro si fermano, mentre noi con calma ripartiamo e, dopo un passo sui 4000 m e vari saliscendi, finalmente verso le 17 arriviamo a Samar nello stesso ostello dell’andata. La strada è adesso senza neve e tutta soleggiata, anche se a sud dopo i monti alti fanno capolino le nuvole di una nuova perturbazione annunciata, speriamo bene.

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Lunedì 20 ottobre

Bambina a Tetang

Il tempo non è così male, qualche nuvola, ma molto cielo libero, per cui praticamente il sole non è mai oscurato. Partiamo con calma perché ci aspetta relativamente poca strada. Dopo il passo Dajori La (3735 m) deviamo a destra ed attraversiamo il grande canyon del Gyakar Khola, discendendolo e risalendolo per andare a vedere il paese di Ghyakar, pacifico villaggio agricolo con molti campi attorno, dove stanno terminando i raccolti e la battitura. Lungo la salita per passare uno sperone di roccia c’è un tunnel di circa 50 m, dove esibisco inutilmente la lampada frontale. Attorno al paese ci sono molti alberi, più di qualsiasi altro posto visto nel Mustang. Ripassiamo il canyon con un bel ponte sospeso e ci ritroviamo a Chele. Stranamente non c’è nessun turista, mentre all’andata era pieno. Robin ci spiega che dopo gli incidenti di una settimana fa in cui sono morte più di 60 persone, il governo nepalese ha deciso di annullare tutti i permessi per la zona dell’Annapurna e del Mustang. Riattraversiamo il Kali Gandaki sul ponte vicino al tunnel del fiume ed arriviamo a Chhusang, dove pranziamo sulla soleggiata terrazza di un ristorante. Dopo il freddo patito in alto, questo è un gran sollievo. Poi in circa mezz’ora arriviamo a Chhomnang, il posto della notte, che è un’unica casa di contadini dove hanno un’accogliente stanza per ospiti. Dopo esserci riposati su un bel prato concluso, andiamo a visitare Tetang, un po’ più su lungo la valle del Narsing Khola, che poi diventa uno stretto canyon. Tetang è arroccata su due speroni. Visitiamo quello più a sud, che dall’esterno ha l’aspetto di una fortezza. Dentro ha un dedalo di vicoli e tunnel fra alti edifici, in parte abbandonati. Ci sono residui di antico splendore nelle finestre intarsiate. La gente è dedita ad attività agricole di sistemazione dei raccolti. Fra i due speroni, più in alto c’è una lunga fila di tamburi rotanti con accanto una bella scuola. Un ragazzo locale che ci segue da un po’ (Krishna guru) ci dice che nella scuola ci sono tre allievi e due insegnanti. Sullo sperone più a nord c’è un analogo villaggio fortezza, per lo più abbandonato, con un monastero che visitiamo. All’interno ci sono delle macabre mummie di leopardi delle nevi e qualche dipinto piuttosto moderno. Ridiscendendo verso il fiume incrociamo una mandria di una cinquantina di zho (incrocio fra yak e mucca), che vengono portati al paese per l’aratura. Sono bellissime bestie ed ogni famiglia ne avrà un paio per il periodo dell’aratura. Vengono accolti dalla gente del villaggio con grandi feste, che certamente non hanno riservato a noi. Poi Krishna ci porta un po’ a monte lungo il fiume a vedere delle polle di acqua sorgiva ricca di carbonato di calcio, che colora le rocce di rossiccio. Torniamo a Chhomnang lungo il fiume ed invitiamo Krishna, che ha legato con Robin, a cenare con noi. La ragazza di casa cucina bene ed è gentile, piace molto a Robin e Krishna. Ci insegna una scorciatoia per arrivare alla toilette che è fuori.

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Mercoledì 22 ottobre

Catena dell'Annapurna

Dopo una buona colazione e con il pranzo al sacco partiamo in salita e ripassiamo da Tetang, proseguendo poi verso il passo Gyu La (4077 m). Facciamo la salita a volte assieme ad un gruppo di francesi. Passiamo delle “canne d’organo” sulla destra e poi entriamo nella valle del Dhinklo Khola, che risaliamo per un pezzo e poi attraversiamo. Prima del passo ci fermiamo per il picnic su un prato, che tre pernici ci lasciano momentaneamente libero. Noi lasciamo loro le cocce delle uova e i torsoli delle mele. Al passo si apre una stupenda vista sul Muktinath Himal e sul Nilgiri e Annapurna retrostanti. Ci fermiamo per un’ora ad ammirare il paesaggio meraviglioso, che poi ci accompagna anche per la discesa con il Dhaulagiri che compare sulla destra. Arrivando a Muktinath si attraversa la valle che scende dal Torung La, il passo dove la settimana scorsa sono morte decine di persone sorprese dalla tempesta di neve e di vento. Arrivati a Muktinath proseguiamo per Ranipawa dove sta il nostro albergo. Prendiamo la stanza più in alto con una meravigliosa vista sul Nilgiri e sul Dhaulagiri. Ci facciamo una meritata doccia e poi andiamo a visitare i templi buddisti e induisti. Abbiamo la fortuna di essere accompagnati da Robin che è esperto di buddismo e da Buddy che è induista. Quindi Buddy ci mostra il tempio induista e le sue 108 fontanelle, a ciascuna delle quali lui, Robin e Carla si bagnano la faccia, mentre io faccio foto. Poi Robin ci mostra il tempio buddista che ha una fiammella sempre accesa alimentata da gas naturale. Il tutto è illuminato dal tramonto con il sole che scende dietro al Dhaulagiri. Torniamo in albergo per la cena e le decisioni su cosa fare domani. Non c’è luce ma ci si arrangia e il letto è molto comodo.

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Giovedì 23 ottobre

Tetti di Marpha

Sveglia splendida con il sole che comincia ad illuminare la vetta del Dhaulagiri. Oggi ci concediamo la discesa fino a Jomsom in jeep. Per questo andiamo alla stazione da cui partono e, siccome non c’è abbastanza gente da riempire una jeep prima, partiamo con quella delle 9, in cui siamo solo noi 4. Ad un villaggio carichiamo delle bottiglie che poi scarichiamo ad una guesthouse. Ad un altro villaggio carichiamo due persone: un padre che lascia la figlioletta in lacrime ed un ragazzo che va a trovare un amico a Kagbeni. L’autista è molto esperto e la luce del mattino è meravigliosa nel far risaltare i colori autunnali. Ci fermiamo a Kagbeni perché Robin deve far timbrare l’uscita sui nostri permessi. Ad un cancello in cui ci sono in terra dei tubi per impedire il passaggio degli animali, ci dobbiamo fermare a risistemare i tubi per poter passare. Più avanti carichiamo una signora con la figlioletta piccola. Quest’ultima osserva molto attentamente ciascuno di noi e sta tutto il tempo attaccata ad un dito di Carla, stringendolo più forte nei frequenti sobbalzi. A Jomsom Robin va nell’ufficio della compagnia aerea, la Simrik Airlines, per chiedere di spostare il nostro volo per Pokhara da dopodomani a domani. Infatti, a causa della durata limitata del nostro permesso per il Mustang (11 giorni) e della nostra scelta di arrivare a Muktinath dal passo Gyu La, adesso dovremmo stare due notti a Jomsom, dove non c’è molto da fare. Quindi preferiremmo passare la seconda notte a Pokhara, ma serve l’anticipo del volo. L’agenzia aerea dice di aspettare il pomeriggio per sapere. Allora andiamo a piedi a Marpha, percorrendo circa 8 km della strada che scende lungo il Kali Gandaki. C’è un fastidioso vento contrario che solleva polvere, ma la giornata è stupenda e la valle costellata di piantagioni di meli, cosa per cui Marpha è famosa. Marpha è un bel villaggio molto pulito e ordinato, che è stato un po’ tagliato fuori dalle soste dei trekkers da quando hanno fatto la strada qualche anno fa. C’è un bel monastero su diversi livelli, molto ben tenuto. Ci beviamo una spremuta fresca di mele e Buddy compra una scatola di mele da portare a casa. Tornando verso Jomsom fermiamo un autobus locale di passaggio e ci godiamo quindi anche questa imperdibile esperienza. Così arriviamo a Jomsom in tempo per vedere il Mustang Eco Museum, dove ci sono belle foto, reperti vari e una bella collezione di piante medicinali e non. C’è anche una riproduzione di un monastero, come se non ne avessimo visti abbastanza. Torniamo all’ufficio della compagnia aerea che ci tiene in ballo ancora per un po’.  Dice che suo figlio è rimasto bloccato con la jeep a Kagbeni e il padre nell’ufficio non ci sa dire. A cena dobbiamo chiedere ad un gruppo di francesi, lo stesso che era al Gyu La, di abbassare il volume della loro musica assordante con la quale festeggiano la fine del trek. L’unica pesona spiacevole fra di loro è la guida che svende sfrontatamente la sua terra al consumismo. Salutiamo Buddy che domani mattina presto prende l’autobus per Kathmandu: gli diamo mancia e regali, è una persona d’oro.

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Venerdì 24 ottobre

Bimbi

Ci svegliamo presto per essere all’aeroporto in tempo per qualsiasi evenienza. Il tempo è bellissimo, ma non arriva nessun volo. Dicono che da Pokhara i voli non partono perché c’è nebbia. In compenso arrivano i passeggeri mancanti sul primo volo della Simrik, che noi avremmo voluto prendere. Comincia una lunga attesa, ma nessun aereo arriva. Allora ci associamo ad una coppia di francesi ed una di tedeschi per prendere una jeep per Pokhara. In effetti alle 10:30 non è ancora arrivato nessun volo. Torniamo in paese e dopo un po’ di contrattazioni e consultazioni con le varie agenzie prendiamo una jeep per Pokhara a 65000 rupie per otto persone: i due tedeschi, i due francesi, la loro guida, noi due e Robin. La cifra è molto alta, circa 500 euro, ma dividendo è ragionevole e Surendra ci dice che pagherà lui per Robin. La jeep è un Land Rover indiano, molto robusto. Con il francese e le guide ci sistemiamo dietro. La strada è terribile. È nuova, ha 5 anni, ma sembra che ne abbia 1000 e che non sia mai stata mantenuta. Scende lungo il Kali Gandaki, la cui valle diventa sempre più stretta, si popola di alberi fino a diventare lussureggiante con molte cascate che ci cadono dentro. È il famoso canyon più profondo del mondo (insieme a quello del Yarlung Tsangpo / Brahmaputra fra il Tibet e l’Arunchal Pradesh in India). Per fortuna ci sono vari posti di blocco e di controllo dove si può scendere a sgranchirsi le gambe. Ci fermiamo a pranzo in un bel villaggio pieno di bambini e ragazzi festosi. In effetti è in corso la festa indù del Tihar e se ne vedono gli effetti lungo tutta la strada. Dopo 75 km e 6 ore arriviamo a Beni dove la strada diventa migliore, ma ci sono ancora 78 km che facciamo in poco più di due ore, arrivando a Pokhara verso le 18:30 che è già buio. Impazza il Tihar con spettacoli improvvisati per strada. Torniamo allo stesso albergo dell’andata (Lake Front Hotel) e allo stesso ristorante. Diamo a Robin la mancia e gli regaliamo i miei scarponi del Kailash, con l’augurio che possano tornarci con lui.

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Sabato 25 ottobre

Durbar Square a Kathmandu

Alle 7:30 siamo all’aeroporto di Pokhara per prendere il volo per Kathmandu che dovrebbe partire alle 8:30, com’è scritto sul biglietto. Ci dicono subito che c’è un errore: il volo è alle 9:45. In realtà parte alle 10:15. Dall’aereo si vedono belle montagne sulla sinistra e si arriva tranquillamente a Kathmandu. Robin ci porta in albergo, poi sparisce. Faccio una prima scrematura dei 600 e-mails arrivati su Arcetri e dei 70 su libero. Fra i primi c’è anche quello della Etihad che ci dice che non ci possono dare l’upgrade in business, ma che il volo di ritorno è confermato. Andiamo a ritirare la maglietta per Leo dal sarto, al quale l’avevamo ordinata, e ci troviamo anche le albicocche secche e i pistacchi che avevamo comprato per il trekking. Ne regaliamo la metà all’onesto sarto e Carla si fa fare anche una maglietta con un drago. Poi andiamo a rivedere Durbar Square. Tornando aiutiamo una famiglia francese a ritrovare il suo albergo, ormai a Kathmandu siamo quasi di casa.

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Domenica 26 ottobre

Infiorata a Bungamati

Giornata di pieno relax. Prendiamo un taxi per Bungamati, un paese a sud, piuttosto pittoresco. La festa indù Tihar è ormai alla fine e le papere possono ripulire i disegni floreali per terra. Anche qualche cane si degna ad aiutare. C’è un shikhara bianco in una piazza in discesa e molte vasche, da cui la gioia delle papere. Tornando a Kathmandu ci fermiamo a Khotana, un villaggio ancora più semplice con un bel tempio a tre piani di legno intarsiato. Una giovane capretta nera si fa accarezzare sotto l’occhio vigile della madre. Robin ci viene a prendere in albergo e ci porta in una libreria sua amica, dove compro due libri consigliati da lui: “Bo and Bon” di un russo sullo sciamanesimo e “The navel of the demonness” di Charles Ramble su Tetang. Poi ci porta all’ufficio di Surendra, dove ho la bella sorpresa di trovare Chhiring. Sta bene e sua moglie sta per avere un figlio. Chiacchieriamo di tante cose e facciamo delle foto ricordo. Poi Chhiring va via e Surendra ci porta a cena in un buon ristorante nepalese.

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Lunedì 27 ottobre

Bodhinat

Qui a Kathmandu è il primo giorno lavorativo dopo diversi giorni festivi e si nota subito dal traffico. Andiamo a Bodhinat in taxi a rivedere il grande stupa. Questa volta abbiamo tutto il tempo di girare con calma anche i dintorni, dove ci sono vari e scuole e monasteri tibetani. Cerchiamo di tornare a piedi, ma la strada è molto lunga e alla fine prendiamo un taxi. Poi facciamo gli ultimi acquisti prima di partire. Verso le 17 andiamo all’aeroporto, 3 ore prima della partenza, dove troviamo Robin per l’ultimo saluto. Arrivati al check-in della Etihad ci offrono un upgrade in business class per 80 euro ciascuno. Accettiamo e facciamo la coda della business, che però è più lenta dell’altra perché il computer non funziona. Davanti a noi un tedesco protesta perché dice che gli avevano detto che l’upgrade costava 50 euro, non 80. E passa alla coda della classe turistica. Quando finalmente tocca a noi, la ragazza che è al banco dei check-in ci dice che c’è un problema e va nel pallone. Viene sostituita. Ci dicono che c’è un problema con il nostro biglietto e ci chiedono di aspettare, ché devono contattare Abu Dhabi. Ci fanno sedere fuori della coda. Poi un certo Anshul di Etihad ci dice che, siccome non abbiamo volato le prime due tratte del volo (FCO – Abu Dhabi – KTM) all’andata di venti giorni fa, non possiamo volare ora, perché “il sistema” non lo consente. Ribatto che due giorni fa abbiamo ricevuto un e-mail da Etihad che diceva che il volo di ritorno era confermato e che non dovevamo fare niente al riguardo. Ci rispondono che è un e-mail inviato automaticamente dal “sistema”. Insomma sembrano in totale balia del “sistema” ed incapaci di aiutarci, anche se Anshul conferma che il volo non è pieno (infatti ci hanno anche offerto l’upgrade). L’unica soluzione che ci offrono è quella di acquistare un nuovo biglietto per il ritorno che costerebbe 750 euro a testa. Ma nemmeno questo è possibile, perché in aeroporto non c’è un ufficio biglietti della Etihad e non c’è internet. Nemmeno Surendra, che chiamo al telefono con un cellulare della Etihad, riesce a comprarci un biglietto su internet, perché il volo è già chiuso. Incredibilmente non ci resta che tornare in albergo a Kathmandu, quando sono ormai le 20:30. Da lì con internet troviamo subito un nuovo volo con Turkish airlines che parte domani mattina alle 8:30 ed arriva alle 17:55 a Fiumicino, neanche tanto tempo dopo il volo con Etihad. Poi vado a ritrovare il sarto che tre anni fa mi ha fatto la mantella impermeabile e lui è tutto contento di rivedermi.

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Martedì 28 ottobre

Himalaya dall'aereo

Sveglia alle 5, poi ci porta all’aeroporto un tassista che prima lavorava come guardia all’Ambassador Garden Home. Ora si è sposato, ha una bambina ed ha fatto il grande passo di diventare tassista. Le banche non lo hanno aiutato, perché “non aveva esperienza”, ha dovuto ricorrere ad una società finanziaria e paga interessi del 19%, ma dice che fra due anni l’auto sarà sua. Evidentemente le banche sono uguali in tutto il mondo. Con la Turkish non c’è nessun problema d’imbarco, sembra un altro mondo, il volo è puntualissimo ed arriviamo a Roma addirittura in anticipo. Poi con un treno arriviamo a Perugia, dove troviamo Quinto che ci porta a casa dai nostri cani e gatti. Non credo che volerò mai più con Etihad.

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