Diario di viaggio

Trekking in Nepal, ottobre 2013

 

Ai miei meravigliosi compagni di viaggio: a mia moglie Carla che mi ha fatto il gran regalo di accompagnarmi fidandosi di me e accettando fatiche e disagi, a Marina, sua amica d’infanzia, che ha condiviso tutto con noi, a Dawa, la nostra guida che ci ha condotto con esperienza e gentilezza, a Nima, suo futuro cognato, che ha grande entusiasmo, e a Ram, uomo di elegante semplicità e forte saggezza.

Ci sono montagne tutt’intorno, con molte difficili curve che conducono qua e là. I sentieri salgono e scendono; siamo martirizzati da ostacoli di roccia. Non importa quanto facciamo attenzione, se manchiamo un solo passo, non conosceremo un ritorno sicuro. Chiunque ha la fortuna di entrare in questa natura selvaggia, per la sua fatica otterrà una ricompensa beatifica, in quanto vi troverà delizia per il suo cuore. La natura selvaggia abbonda di tutto quello che le orecchie vogliono sentire, di tutto quello che piace agli occhi: così nessuno potrebbe desiderare di essere altrove. E lo so bene, perché ci sono stato.” da “Tristano e Isotta” di Gottfried von Strassburg

Indice:

Itinerario del viaggio preparato con GoogleEarth (blu = in auto, verde = a piedi)


 


Sabato 19 ottobre

La valle del Trisuli

Dopo una settimana di conferenza sui buchi neri a Kathmandu, finalmente è tempo di partire per un trekking sui monti dell’Himalaya. Sono con Carla e Marina e, dopo il grande successo del trekking sul Kailash di due anni fa organizzato dall’agenzia Firante di Surendra, abbiamo ovviamente chiesto a Surendra di organizzarci anche questo trekking. Lui si è prodigato per aiutarci: un paio di sere fa ci ha invitato a cena e ci ha presentato Dawa (il nome significa lunedì), che sarà la nostra guida e ci ha aiutato per gli ultimi acquisti di materiale per il trekking. Si parte la mattina alle 7 con la jeep di Firante, l’autista Sankar e due portatori: Nima, fratello minore della fidanzata di Dawa, e Ram, delizioso personaggio con stivali gialli. Passiamo accanto al tempio delle scimmie e prendiamo la strada per Pokhara. E’ la principale del Nepal, ma non si direbbe. Supera un passo per uscire dalla valle di Kathmandu e riscende sul fiume Narayani (o Gandaki). Poi devia verso Nord lungo la valle del suo affluente Trisuli. Pranziamo presto nel paese di Trisuli, dove ci raggiunge un gruppo di astronomi, anche loro alla conferenza e anche loro diretti alla valle di Langtang per un trekking con un’altra agenzia. La strada sale, allontanandosi dal fiume ed esponendosi al rischio di frane. In effetti ce ne sono parecchie: interrompono la strada asfaltata, che in quei punti diventa fangosissima e piena di buche e sassi; anche la jeep tocca sotto. In un punto franoso in salita c’è un camion bloccato che ostruisce tutto il passaggio. Per fortuna dopo un quarto d’ora di tentativi riescono a sbloccarlo e si prosegue. Ci sono anche molti posti di blocco. In alcuni si paga per passare. Uno è l’ingresso nel parco di Langtang. Poi la strada riscende verso il fiume e si arriva a Syabrubesi, la nostra destinazione per la notte. Si trova allo sbocco della valle di Langtang, dove il fiume Langtang confluisce con il Trisuli, a circa 1500 m di altezza. La strada lungo il Trisuli prosegue fino al Tibet a soli 15 km, fornendo un nuovo accesso stradale all’ex paese proibito. Facciamo una passeggiatina di allenamento fino ad uno stupa ed un paio di tempietti sopra al villaggio. Marina trova un caricatore per la sua macchina fotografica, che purtroppo avrà vita breve: brucerà al primo rifugio. Arrivano in autobus gli altri astronomi che hanno avuto qualche avventura. Sono rimasti un’ora bloccati da un incidente, hanno cambiato una gomma e l’autobus ha dovuto essere trascinato da una ruspa nel punto dove si era bloccato il camion davanti a noi.

“Quelli senza coraggio, o quelli con dubbi persistenti, troppe congetture mentali, o chi è fortemente attaccato alle apparenze di questa vita, o chi per ignoranza si limita ad accettare o respingere, questi avranno difficoltà a raggiungere questa terra e a attraversarla indenne.” Lelung Shepe Dorje

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Il trekking nella valle di Langtang e nell'Helambu


 


Domenica 20 ottobre

Donne cariche in salita

La notte è tranquilla e fa luce presto. Dopo colazione si parte. Purtroppo in albergo mi hanno rotto (o sostituito con uno rotto) il tappo del termos che gli avevo dato da riempire di tè. D’ora in poi non potrò riempirlo e dovrò mantenerlo in verticale. Alle 8 siamo in marcia. Ram, piccolo forte uomo, porta la sacca di Carla e la mia (19 kg in totale) e Nima porta quella di Marina (12 kg). Passiamo un ponte sospeso sul Trisuli e poi si sale lungo il Langtang, la cui acqua diventa sempre più pulita andando verso la sorgente. Si cammina in una rigogliosa e umida foresta nella stretta valle. Il sentiero sale, ma a volte scende per evitare punti difficili o vecchie frane. Invece che prendere un ponte e passare sulla riva sud seguendo il vecchio percorso, rimaniamo su quella nord dove c’è un nuovo sentiero un po’ migliore. Comunque più avanti si passa sul lato sud e ci fermiamo a bere un tè ad un punto di sosta vicino a una cascata. Il sentiero è abbastanza faticoso e l’aria umida fa sudare molto; Carla ne risente e rimane indietro. Con Marina e i portatori arriviamo a Bamboo a 1970 m a circa metà della salita da fare oggi, dove si pranza. Torno indietro incontro a Carla che ha avuto qualche difficoltà, speriamo iniziale. Comunque Dawa l’aiuta e la conforta e lei è ben contenta di fermarsi a mangiare. La vista e il rumore del fiume sono stupendi. Ripartiamo fra gli ultimi. La salita è più ripida, ma la distanza minore. Con Marina e Ram andiamo avanti e ripassiamo sulla riva nord del fiume. Su delle rocce sul lato opposto penzolano degli enormi alveari. Ci dicono che i locali si calano con delle corde per prendere il miele, che sarebbe lievemente alcolico. Con Ram e Marina arriviamo a Lama Hotel. Non c’è posto nel rifugio previsto, ma andiamo in una camera a tre in un altro. Carla, Nima e Dawa arrivano poco dopo. A cena conosciamo i professori di un gruppo di 20 studenti di una scuola inglese che viene tutti gli anni in Nepal.

“Il torrente parlava forte con le mille voci confuse di una folla.” Alexandra David-Néel

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Lunedì 21 ottobre

Ram, il portatore

La notte è buona e tranquilla. L’aria della mattina è fresca e il cielo completamente terso. A colazione conosco due signore canadesi che stanno scendendo. Una è salita sul Tsergo Ri a 5000 m sopra Kyangin Gompa. Racconta che sopra i 4600 m c’era neve e che è stata abbastanza dura. Fra una cosa e l’altra partiamo verso le 8. L’aria si fa man mano più calda e ci scopriamo. Oggi Dawa viene avanti con me. La vegetazione cambia, ci sono alberi più alti e più radi ed è meno umido. Ci fermiamo a Ghoda Tabela ad aspettare gli altri. E’ un bel pianoro e c’è una bellissima vista sui monti del Langtang Lirung. Carla arriva dopo circa un’ora, ma mi sembra che vada meglio di ieri. Poco dopo c’è il posto di controllo del parco. Poi il sentiero sale e arriviamo al villaggio di Thyangsyap, il posto del pranzo. C’è un bel sole e la vista sul Langtang Himal. Poi il sentiero è più pianeggiante e ci sono pascoli per cavalli, mucche e yak. Si arriva presto al villaggio di Langtang. Gli inglesi stanno montando le loro tende giallissime. Faccio un giro a un forno e fabbrica di formaggio, dove fanno solo caciocavallo di yak, anzi di nak, la femmina dello yak; lo chiamano anche “camorza”! Compro un panino di formaggio che mangio con Carla a Marina nella nostra comoda stanza panoramica. A cena siamo raggiunti da un gruppo di rumorosi tedeschi: presto ci fanno capire che vogliono che ce ne andiamo perché devono festeggiare il compleanno di una di loro. Andiamo in camera e loro vanno avanti a schiamazzare per un  paio d’ore. E poi dicono degli italiani…

“Questa libertà non consiste nel fare quello che vogliamo, non è arbitrarietà né ostinazione, né sete di avventura, ma la capacità di accettare l’imprevisto, l’inatteso delle situazioni della vita, il buono nonché il cattivo, con una mente aperta.” Lama Anagarika Govinda

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Martedì 22 ottobre

Langtang Himal

A colazione una tedesca fa una scenata terribile ai gestori del rifugio perché hanno lasciato aperta la porta. La scena è talmente incresciosa che non posso trattenermi dal far notare in tedesco che qui siamo ospiti. La giornata è stupenda e i monti sorridono (anche ai tedeschi). Oggi si cammina poco e si sale solo di 400 m, per cui arriviamo a Kyangin Gompa prima di mezzogiorno. Pranziamo nel rifugio dove passeremo due notti. Dopo pranzo vado da solo  a fare una passeggiata più su per la valle del Langtang, che qui non sale molto. Attraverso la morena di un affluente che scende da nord e poi passo lungo una vecchia pista per aerei in disuso. Poi la valle sale e gira a sinistra, aprendo alla vista il magnifico Pemthang Khupo Ri. Il sentiero passa sotto a due rocce: Poco dopo torno indietro soddisfatto da questa passeggiata finalmente solitaria di 3,5 ore.

“Quando ci concediamo ai luoghi, essi ci restituiscono a noi stessi.” Rebecca Solnit

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Mercoledì 23 ottobre

Sul Kyangin Ri

Ottima notte e altra mattina stupenda. Oggi rimaniamo a Kyangin Gompa. Il gruppo si divide. Le signore salgono al ghiacciaio del Langtang Lirung con Dawa e Ram, mentre io salgo al Kyangin Ri (4770 m sulla carta, ma 4570 m sul mio altimetro) con Nima. Non prendiamo il sentiero diretto sopra il villaggio, che passa da un altro punto panoramico più in basso. Ma saliamo da una piacevole valle a destra, dalla quale poi voltiamo a sinistra sulla cresta. Il panorama è stupendo con la conca del ghiacciaio Langtang da una parte e l’infinita serie dei Ri verso est e dei Jugal, Darjey e Kangjala Himal verso sud. Nima fa alcuni riti religiosi e ci scattiamo foto a vicenda. Dal Langtang Lirung cade una valanga polverosa e fragorosa. Scendendo ci divertiamo a balzi su una grande macchia di sabbia. Passiamo dai due stupa e dal monastero. Lì incontro Carla e Marina tornate dal ghiacciaio. Torniamo al rifugio per il pranzo. Poi vado in camera a studiare il programma, leggere e dormicchiare, mentre Carla e Marina vanno su per la valle del Langtang.. Poi andiamo insieme alla fabbrica di formaggio, fondata nel 1953 da uno svizzero, e dal fornaio. La cena è molto piacevole con patate, formaggio e torta di mele e gli altri ospiti non sono rumorosi. Carla è raffreddata e fa gargarismi di sale consigliati da Dawa, speriamo bene. Anche il cielo stellato è di buon auspicio.

“Se osservate nella loro vera natura, tutte le montagne, le rocce, gli alberi e i fiumi appaiono come un regno magico o divinità.” Lelung Shepe Dorje

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Giovedì 24 ottobre

Pulizia

Ci svegliamo un po’ prima per preparare con calma i bagagli e alle 8 puntualissimi partiamo. Anche oggi è bellissimo ed è un peccato volgere le spalle ai monti alti, ma altre avventure ci aspettano. Torniamo a valle e non è male rifare la stessa strada fatta in salita, perché si apprezzano altre cose, in quanto la direzione è diversa, l’ora è diversa e anche la disposizione d’animo per la discesa è diversa da quella della salita. Mi fanno male le gambe per la discesa di ieri ed ho un paio di vesciche ai piedi. Meglio non esagerare e rimango con le signore che in discesa se la cavano bene. La luce è bellissima e il sole alle spalle è ottimo per le foto. La prima parte del sentiero non scende molto, ma per ora di pranzo a Ghodatabela abbiamo sceso già 800 m dei 1400 di oggi. Poi si entra nella foresta e il sentiero scende più ripido. Gli alberi mi sembrano ancora più belli che all’andata, soprattutto le grandi conifere. Ripassiamo dal posto di controllo del parco a 3000 m e Nima legge curioso il mio permesso. Arriviamo a Lama Hotel prima che mi aspettassi, forse anche perché il mio altimetro segna ancora 2500 m, invece dei 2410 m segnati sulla carta. Carla alla fine è stanca e anche io, le gambe reggono poco.

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Venerdì 25 ottobre

Sosta sul Langtang

Oggi è il compleanno di Laura e le mandiamo un messaggino di auguri. Abbiamo dormito nonostante l’umido e il mal di gambe, ma siamo contenti di lasciare questo posto. Si scende di 600 m prima di voltare a sinistra e salire verso Thulo Syabru. Prima del bivio pranziamo un’ultima volta con il gruppo degli altri astronomi: Antonio e Cristina (tedesca) di Granada, Peter e Anna inglesi e Jacek e Irina polacchi. Poi c’è una salita abbastanza lunga e dura. A una sosta con Ram incontro una coreana che viaggia da sola portandosi tutto. Ha finito l’acqua e le do del tè perché non so dove sia il prossimo ristoro. Invece ce ne è uno simpatico in cima alla salita. Poi si entra in una valle e si attraversa il suo fiume su un grande ponte sospeso. Dopo un’ultima salita si arriva a Thulo Syabru dove cerco l’ostello consigliato dall’esperta australiana Teresa. Riusciamo a trovarci una bella stanza e ci istalliamo. Poi resistiamo all’assalto teutonico che cerca di sottrarcela. Ci godiamo una bella doccia e con Marina andiamo a visitare il monastero, uno stupa e un’agguerritissima base militare. Ci organizzano una cena separata dai tedeschi e conosciamo dei francesi di Alsazia che condividono.

“Camminare simboleggia la libertà.” Javier Moro

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Sabato 26 ottobre

Nima

Alla sveglia dalla nostra finestra si vedono bellissime montagne alte verso ovest. Nima parte presto per prenotare l’albergo a Sing Gompa. Noi partiamo puntuali alle 8. Si sale nel bosco e la salita è lunga e faticosa anche se non ripidissima. La vista sui terrazzamenti a est e le montagne a ovest è spettacolare. Dopo un paio di soste si arriva per il pranzo a Phyrang Danda, una splendida terrazza con vista quasi a 360°. Ci attardiamo perché il grosso della giornata è fatto. Quindi siamo quasi soli nella bellissima foresta di altissime e rade conifere, che ci separa da Sing Gompa, il posto della notte dove arriviamo alle 14:20. Il rifugio è piacevole e con una bellissima vista un po’ disturbata dalle nuvole e un interessante monastero.

“Non ci stanchiamo mai l’uno dell’altra, la montagna ed io” Poesia taoista

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Domenica 27 ottobre

Foresta dell'Helambu

La mattina è fresca ma serena. Dawa parte presto per andare a prenotare il rifugio a Gosainkund e per esaminare la situazione. Infatti siamo un po’ preoccupati che il programma preveda due giorni molto difficili, forse troppo duri per noi: da Gopte a Kutumsang e quello successivo. Questo tragitto sarebbe da dividere in tre tappe invece che in due. Per poter fare questo, bisogna guadagnare un giorno e quindi il trekking dovrebbe finire a Chisopani, invece che a Sundarjal, come previsto. C’è una strada fino a Chisopani, ma Surendra al telefono dice che non è sicuro che sia percorribile con la jeep. L’alternativa di andare a est da Therapati e finire il trekking a Kiul o a Timbu non sembra percorribile perché poi c’è una strada troppo lunga, dice Surendra. L’unica alternativa vera sembra essere di arrivare fino al passo Laurebina e poi tornare indietro fino a Dhunche. Per decidere aspettiamo di sapere se la jeep può arrivare a Chisopani. Il primo pezzo della salita è bellissimo: abbastanza dolce e in uno stupendo bosco di altissimi pini su un crinale con viste su entrambi i lati. Dopo un primo posto di ristoro gli alberi finiscono, la salita si fa più ripida e dopo un po’ arrivano le nuvole. Per cui fa piacere arrivare al rifugio di Laurebina Yak dove pranziamo. Si sale ancora decisi e dove la salita si fa un po’ meno ripida si aprono le nuvole e possiamo vedere i monti intorno e i laghi. L’arrivo a Gosainkund a 4400 m è spettacolare e faccio un giro del lago da solo. Il giro è cosparso di mucchietti di pietre, l’acqua è trasparente e c’è uno scoglio in mezzo al lago. Alla fine del giro comincia a nevicare e poco dopo la nevicata si trasforma in una tormenta che va avanti quasi tutta la notte. Faccio conoscenza di un gruppo di simpatici inglesi: Mick, i suoi figli Emma e Brian e le amiche Lita e Wendy. Dawa ci informa che Surendra ha organizzato che la jeep ci verrà a prendere a Timbu: questa è un’ottima notizia perché significa che non dobbiamo tornare indietro e nemmeno affrontare camminate estenuanti per arrivare a Sundarjal.

“Le rocce e gli alberi ostentavano l’enigmatico contegno dei detentori di segreti e il mormorio della brezza, attraverso la macchia, si inframezzava di reticenze.” Alexandra David-Néel

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Lunedì 28 ottobre

Il lago di Gosainkund

Dormire a 4400 m non è facilissimo, ma chi più chi meno dormiamo, nonostante il freddo e la neve che ci arriva fino sul letto: Emma dice “I have been snowed on!”. Il rifugio sembra un sanatorio fra colpi di tosse, starnuti ecc. Comunque la mattina è meravigliosa con il sole che illumina la neve caduta nella notte. La salita al passo Laurebina non è difficile perché la neve è dura ed è bellissima con intorno gli ultimi laghi e i monti. Vicino al passo lascio il sentiero e scendo a un lago pacifico. Sul passo c’è vento e dall’altra parte cominciano ad addensarsi le nuvole. La discesa inizia in uno sfasciume innevato. Ram con i suoi stivali gialli scivola. Gli presto un bastoncino, ma ha bisogno dell’aiuto di Dawa per non cadere. Un paio di centinaia di metri più in basso la neve sul sentiero non è più fastidiosa. Ci raggiunge e supera Michele, l’astronomo italiano che viaggia per conto suo con una guida. Abbiamo salito insieme la valle di Langtang. Poi lui è partito per fare il passo Ganja La (5130m) a sud di Kyangin Gompa. E’ salito ed ha messo un campo a 4600 ma poi è dovuto tornare indietro per la troppa neve e ha fatto il nostro giro. Pranziamo a Phedi fra nuvole e sole. Qui vicino nel 1992 è precipitato un airbus della Thai Air e ogni ristorante ha dei pezzi dell’aereo. Dopo pranzo ci sono molti saliscendi e il tempo peggiora finché comincia a nevicare. Ci attrezziamo e proseguiamo. Per fortuna non è freddo e la neve non disturba la marcia. Arriviamo a Gopte verso le 16 e ci troviamo Michele con il quale chiacchieriamo tutta la sera.

“Quanto mi sarebbe piaciuto fermarmi lì a lungo per chiacchierare amichevolmente con le cose circostanti. Ma le esigenze del viaggio mi permettevano, ahimè, di passarvi una sola notte. Alexandra David-Néel

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Martedì 29 ottobre

Vecchio stupa a Melamchi Gyang

La mattina è fresca e quasi senza nuvole. Da Gopte si sale di circa 330 m fino a Therapati, praticamente l’ultima vera salita del trekking. Ormai sono allenato e la faccio rapidamente: ne vale la pena perché arrivo a vedere la magnifica catena dell’Helambu, prima che sia coperta di nuvole, come è purtroppo quando arrivano Carla e Marina. Aspettandole salgo in cima al colle Therapati dove c’è uno stupa e poi prendiamo insieme una cioccolata calda. La discesa verso Melamchi Gyang è molto ripida e in un magnifico bosco di pini e rododendri. Dopo aver passato un ponte sospeso si arriva a Melamchi Gyang verso le 13. Ram conosce il posto e, dopo essere stati respinti da un ostello perché i proprietari stanno partendo, scendiamo all’Eco Friendly Lodge, molto simpatico. Pranziamo fuori al sole ed è magnifico. Dopo una doccia salgo al nuovo Gompa e alla grotta di meditazione di Nyinda Ranjon. Poi prendo un sentiero lungo il bordo della foresta ed arrivo ad un’altra parte del villaggio. Scendo a un vecchio stupa ed una ragazzina con sua madre mi indica la scuola. Vado a visitarla, è molto carina e ci sono altre ragazzine che me la illustrano. Tornando incontro vari ragazzini che hanno voglia di mostrare il loro inglese e mi indicano la strada per tornare. Finalmente questo è un villaggio pieno di vita locale e non solo di turisti. Ceniamo in una stanza dove anche cucinano. E’ piccola ma molto ordinata. L’unico problema di questo rifugio è che con la scusa dell’ecologia ti obbligano a toglierti le scarpe prima di entrare nel bagno e ad indossare un paio di ciabatte bagnate che sono dentro. Questo può andare anche bene per fare la doccia, ma non certo invece per usare il gabinetto, men che meno di notte. Questo ha come effetto che i dintorni del rifugio si trasformano in toilette e addio ecologia.

“Noi camminiamo, e con il nostro modo di camminare mostriamo la nostra religione” Reginald H. Blyth

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Mercoledì 30 ottobre

Roccia dipinta alla grotta di Milarepa

E’ una mattina soleggiata e calda e facciamo colazione fuori. E’ l’ultimo giorno di cammino fino a Timbu. Si scende ripidamente fra il Melamchi Khola e il suo affluente a ovest che avevamo attraversato prima di arrivare a Melamchi Gyang. Poco sotto seguiamo una strada, per fortuna ancora in costruzione. Parlo con Dawa della possibilità di supportare un anno di studi di Nima, che ha i genitori anziani, e rimango convinto che sia un’ottima idea. Poi, invece di attraversare il Melamchi Khola, come farà la strada (ma il ponte manca ancora…), proseguiamo lungo la sua riva destra, riattraversiamo il suo affluente poco prima della confluenza e poi finalmente attraversiamo anche il Melamchi Khola a 1750 m di altezza su un ponte sospeso. Il sentiero sull’altra riva risale un po’ e arriviamo presto alla grotta di Milarepa, di cui ho saputo da un opuscolo che mi ha mostrato il proprietario del rifugio ieri sera. Si tratta in realtà di due grotte, nelle quali dicono che abbia soggiornato il santone tibetano. Intorno ci sono due monasteri, uno maschile e uno femminile. Il luogo ha molto fascino mistico e non c’è nessun turista. Infatti non è segnato in nessuna carta e in nessuna guida. Poco più avanti pranziamo accanto a uno stupa su un belvedere. Il posto è molto spartano e cucinano Dawa e Nima. Ci godiamo un bel pranzo al sole. Poi si scende fino a Timbu, un po’ per la strada e un po’ per sentieri. Per fortuna oggi c’è sciopero in Nepal e non circola nessun veicolo. Così la coppia di tedeschi incontrati ieri sera, che hanno fatto arrivare la jeep fino al ponte mancante sul Melamchi Khola devono comunque aspettare fino a domani per scendere a Kathmandu. Poco prima di arrivare a Timbu, Dawa e Nima si procurano delle canne da zucchero e dei frutti strani chiamati guaba. Le canne da zucchero vengono sbucciate e poi succhiate e hanno un delizioso sapore simile alla mela. I guaba hanno buccia e polpa gialla, sono pieni di semini; si mangia tutto, sono buoni, un po’ più agri della canna. Ci godiamo questa deliziosa merenda vicino a un vecchio stupa ed è sollievo anche per le ginocchia che in discesa sono messe a dura prova. A Timbu troviamo posto solo nell’ultimo albergo del paese, il più in basso. Così attraversiamo delle belle risaie, dove stanno mietendo il riso, e un ponte sul Melamchi Khola. Effettivamente quest’ultima giornata è stata quella in cui siamo entrati più in contatto con la vita locale e praticamente non abbiamo visto turisti, perché abbiamo percorso sentieri secondari. L’albergo è vicino al fiume e ci sono turisti nepalesi (sono i primi che vediamo): vengono qui da Kathmandu a passare le vacanze in montagna, evitando accuratamente di fare trekking, che pare proprio essere un’attività riservata agli stranieri. Scendo al fiume, che ha un’acqua abbondante e bellissima, a far foto. Ci sono dei ragazzi che stanno macellando una capra. Anche qui Dawa aiuta a cucinare la cena e brindiamo con Ram che ha finito il suo lavoro e domani ci lascerà. Con lui ho condiviso il ritmo di camminata (ma lui portava il doppio del peso), la passione per la natura e il silenzio dei monti.

“Continuai per le foreste alte sopra il Melamchi Khola con il rombo del fiume che sale a onde dai dirupi sottostanti.” Ian Baker

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Giovedì 31 ottobre

Risaie lungo il Melamchi Khola

La jeep con Sankar, l’autista di Surendra, arriva in anticipo, perché Dawa lo ha chiamato al telefono alla 4 di mattina. Quindi si parte alle 9. Si scende lungo il Melamchi in una valle agricola con coltivazioni di riso, miglio, granoturco, banane e colza. Poi prendiamo una scorciatoia sulla destra, scavalcando per Jarsingpauwa, da cui si scende nella piana di Kathmandu. All’entrata della città Dawa ci offre un ultimo pranzo. Passiamo dall’ufficio di Surendra, che ci fa grandi feste e noi a lui. Salutiamo Ram e Nima, che, contrariamente a quanto pensavamo, non verrà a cena con noi. Finalmente ci portano all’Ambassador Garden Home, un albergo a Thamel, dove sono stato due anni fa e che ha molto più charme del Radisson della conferenza. Andiamo a Durbar Square e a Freek Street a comprare regali. Dawa ci accompagna a piedi a cena in un bell’albergo dove viene anche Surendra. La cena è squisita e si parla di trekking passati e  futuri. Arriva una telefonata a Surendra che gli annuncia che nella valle del Kumbu un suo gruppo di infermiere americane si è ubriacato e una di loro è caduta facendosi male a un’anca. Certo la vita del capo di un’agenzia di trekking non è tranquilla. Concludiamo con brevi ma sentiti discorsi. Poi tutti a nanna e finalmente senza sacco a pelo.

“Il ritmo del passo genera una specie di ritmo del pensiero.” Rebecca Solnit

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Venerdì 1 novembre

Il giardino dei sogni a Kathmandu

Ci svegliamo con calma e, dopo una buona colazione nel giardinetto dell’albergo, andiamo al Giardino dei Sogni, luogo tranquillo e ameno che ha poco a che fare con il resto della città. Poi andiamo in libreria a comprare carte e guide del Mustang, prossima meta nepalese. Pranziamo in un buon ristorante coreano. Poi torno da solo a Pashupatinath, questa volta con il sole. C’è molta gente e diverse cremazioni. In questo ambiente indù stupisce un monaco buddista che dà da mangiare a cani e gatti. Nel cortile pieno di stupa bianchi, dove due anni fa c’era una sartoria ora c’è un ospizio per vecchi, che forse sono lì a prepararsi spiritualmente alla cremazione. I santoni indù sembrano altrettanto kitch dei vecchi hippies. La scala che sale sulla riva opposta è sempre bellissima e la collina sopra è più raccolta e suggestiva. Tornato in città incontro Carla e Marina a Durbar Square dove faccio delle ultime foto al crepuscolo. A sorpresa Dawa ci viene a trovare in albergo mentre aspettiamo l’autista di Surendra che ci porterà all’aeroporto. Con una semplice cerimonia ci regala tre sciarpe buddiste mettendocele intorno al collo in segno di augurio. Non resta che l’attesa all’aeroporto e il volo verso casa.

“La vita è un ponte, non costruitevi sopra alcuna dimora. E’ un fiume, non aggrappatevi alle sue sponde. E’ una palestra, usatela per sviluppare lo spirito, esercitandolo sull’apparato delle circostanze. E’ un viaggio: compitelo e procedete!” Budda

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