Diario di viaggio

Cile e Argentina, dicembre 2008 - gennaio2009

 

A Carla, compagna di viaggio, e a suo fratello Piero.

 

Indice:

La via più breve per giungere a se stessi gira intorno al mondo, Hermann Keyserling


Itinerario del viaggio preparato con GoogleEarth (in rosso, Nord a sinistra)


 

Sabato 20 dicembre, Santiago – Vicuña, 553 km


Cerro Pachon

“Fra le catene esterne e quella più grande della Cordigliera, si estende molto lontano verso Sud una serie di bacini piani, che comunicano generalmente fra loro per mezzo di stretti passaggi, … e che sono senza dubbio il letto di antichi bracci di mare e profonde baie, come quelli che oggi intersecano in ogni parte la Terra del Fuoco e la costa meridionale.” Charles Darwin

Dopo 5 settimane di lavoro all’ESO a Santiago – Vitacura e dopo che da qualche giorno finalmente mi ha raggiunto Carla, è venuto il momento di non pensare ad altro che a viaggiare. Ci consegnano un Suzuki Gran Vitara in affitto all’appartamento in via Pres. Riesco e come prima cosa passiamo dai Melnick a prendere delle taniche per la benzina e a salutarli. Poi via sull’autostrada per il Nord verso La Serena. Ci fermiamo a Los Molles dove la guida dice che c’è un bel promontorio alto 700 m che si vedrebbe da Valparaiso, ma la costa è piuttosto bassa. Compriamo del pane e proseguiamo a Nord senza storia fino a Ovalle. Ci sono delle belle spiagge, ma il gelido Pacifico non invita. Ovalle è una cittadina simpatica situata su uno sperone fra due fiumi e prendiamo un caffè nella piazza principale dove l’attività dominante è lo skateboard. Finalmente ci addentriamo nell’interno. Guida anche Carla. Passiamo sulla diga del Embalse della Ricoleta. Dopo Samo Alto la strada diventa di terra battuta e fino a Hurtado ci sono lavori stradali. Poi sale più decisa fino al Portezuelo Tres Cruces a 2026 metri (mentre la guida lo dà a 1700…). Lungo la bella discesa si vedono sulla sinistra i telescopi di Cerro Tololo e di Cerro Pachon. Arriviamo a Vicuña alle 19:30, in tempo per un bagno alla piscina del Hosteria Vicuña. Poi a cena nel patio del ristorante Halley.

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Zona Sud dell'itinerario (Nord in alto)


 

Domenica 21 dicembre, Vicuña – Villa Union, 530 km

“La giornata era davvero degna del Cile; di una luminosità abbagliante e con l’atmosfera limpida.Charles Darwin


Embalse La Laguna


Vado di buon’ora a fare benzina e riempio anche le taniche. La giornata è splendida e guida Carla. La nostra meta è l’Argentina, ma poco dopo la partenza prendiamo una deviazione verso Sud nella valle di Pisco Elqui, dove impera la coltivazione della vite. Sono viti a pergolato, protette dal vento da file di alberi o da reti. Per via della domenica mattina c’è pochissima gente in giro, ma si sente un gran fervore di attività. Riprendiamo la salita verso Est lungo una valle che sale dolcemente. Subito dopo la confluenza con una valle mineraria a Nord c’è la dogana cilena, dove passiamo un buon quarto d’ora di semplici scartoffie, nonostante che siamo gli unici clienti. Mi avvertono che dal lato argentino stano arrivando 5 auto e che gli argentini guidano come pazzi. La strada diventa di terra battuta, ma si mantiene buona e, passata la miniera, il fiume è ora pulito. Le montagne intorno hanno colori spettacolari e all’Embalse La Laguna si aggiunge anche il verde smeraldo. Si continua a salire senza strappi e sopra i 3800 m si arriva a chiazze di neve seghettate di penitentes. Il passo de Agua Negra è a 4770 m e Carla, che ha ampiamente battuto il suo record di altezza, scende dall’auto per farlo a piedi, ma desiste dal picnic all’aperto. La discesa è meno bella della salita, ma comunque piacevole. La prima parte si svolge in una valle fra i monti, poi dopo un controllo del parco a circa 2000 m di altezza, si apre su un enorme spazio aperto che somiglia molto all’ultima parte della discesa a San Pedro dal Passo Jama. La dogana Argentina è molto in basso ed anche qui siamo i soli clienti. Una doganiera mi fa un po’ di storie per la benzina nelle taniche, ma poi si lascia commuovere. Cerchiamo un caffè, ma i primi paesi argentini (Pismanta e Rodeo) sono desolati, forse per l’ora della siesta. Costeggiamo il ventosissimo lago artificiale Cuesta del Viento, che la guida dà come paradiso dei surfisti, ma non c’è anima viva. Forse anche i surfisti fanno la siesta. Proseguiamo lungo le spettacolari gole del Jachal fino a San Josè, dove finalmente troviamo un caffè ad un distributore. Ci immettiamo nella mitica Ruta 40 verso Nord. Passato Huaco, la strada corre drittissima verso Nord, tagliando un dolcissimo pendio che scende verso Est ed attraversando innumerevoli torrenti secchi. E’ come viaggiare su un immenso letto di fiume in secca. Dopo Guandaco la strada gira verso Est e, passato un punto dove un forte vento solleva nubi di sabbia e polvere visibili da molto lontano, poi sale fra rocce colorate e ci porta finalmente a Villa Union, dove troviamo un bell’albergo appena finito, di cui siamo gli unici clienti.

“Quelle masse gelate, durante il processo dello scioglimento, si sono trasformate in alcune zone in pinnacoli e colonne, i quali, poiché erano alti e molto vicini l’uno all’altro, rendevano difficile il passaggio ai muli carichi.” Charles Darwin

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Lunedì 22 dicembre, Villa UnionBelen, 510 km


Il re magio al Parco di Talampaya


Carla mi convince a fare una deviazione a Sud per vedere il parco nazionale di Talampaya.  Al suo interno non possiamo circolare con la nostra auto, ma dobbiamo prendere il pulmino di un giro organizzato. La terra della zona è rossa e Carla dice che sembra uno smisurato campo da tennis. Diego, la guida, ci illustra la geologia del luogo e le erosioni che hanno dato luogo ad uno spettacolare canyon dalle pareti verticali e rosa, scolpite in tubi e colonne e, talvolta, anche in figure antropomorfe. Ci sono anche dei petroglifi e delle buffe lepri patagoniche dalle lunghe zampe. Proseguiamo verso Nord per Chilecito, vecchia cittadina mineraria alle pendici della Sierra de Famatina. Visitiamo un interessante piccolo museo del Cable Carril, che illustra una teleferica di 50 km e 3600 m di dislivello che inglesi e tedeschi hanno costruito all’inizio del ‘900 per sfruttare una miniera d’oro. Aveva ben 9 stazioni lungo il percorso e perfino un tunnel per attraversare un picco montuoso. Ha funzionato alcuni anni, poi è diventata proprietà dello stato argentino ed è andata in disuso. Una quindicina di anni fa ha ripreso a funzionare per scopo turistico, ma è di nuovo ferma dopo un incidente in cui sono morte due persone. Saliamo un po’ lungo il tracciato per andare a vedere la stazione numero 2, vicino alla quale c’era anche il forno per la separazione dell’oro, ma arrivati lì c’è un cancello chiuso con un lucchetto e decidiamo che abbiamo visto abbastanza. La nostra meta è Belen, circa 200 km più a Nord lungo la Ruta 40. Tuttavia prendiamo una strada alternativa lungo i monti che passa per Famatina, Campanas e Tinogasta. In quest’ultimo paese ci spiegano che la strada per la Cuesta de Zapata, che ci avrebbe portato direttamente a Belen è interrotta su un precipizio e siamo costretti a fare un giro più lungo, ma comunque panoramico. Belen è piuttosto vivace e c’è un buon albergo. Ceniamo, indovina, a base di carne alla brace.

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Zona Centro-Sud dell'itinerario, Nord in alto


 

Martedì 23 dicembre, BelenAntofagasta de La Sierra, 348 km


Laguna altiplanica


Facciamo colazione in un museo di vasi di terracotta che è nell’albergo: non capita spesso. Compriamo roba da mangiare e per ritirare soldi dal bancomat siamo costretti a tornare indietro a Londres, perché al bancomat di Belen c’è una coda enorme. Ora che siamo pronti a partire sono le 11. Andiamo ovviamente verso Nord e lasciamo presto la Ruta 40 per la strada che porta ad Antofagasta de la Sierra. Questa sale per una valle e diventa presto uno sterrato con diversi guadi e grosse pozzanghere. La strada torna asfaltata poco prima del passo Rodolfo a 3600 metri, che segna l’inizio dell’altopiano, ambiente meraviglioso per i panorami infiniti, i colori, i monti, i salar, le lagune, ecc. Incontriamo le prime vigogne e poi anche due grossi nandù. Prendiamo una deviazione a Nord Est per la Laguna Blanca. La strada arriva ad un complesso turistico in costruzione: ci dicono che stanno costruendo un Club. Molto più bella è una lagunetta che si trova nella enorme piana fra due passi a 4000 metri. Per fortuna il Club non l’hanno fatto qui. Passato El Peñon, arriviamo ad Antofagasta de la Sierra che sono da poco passate le 4 del pomeriggio e, consigliati da un locale, andiamo a vedere una bella laguna con fenicotteri e saliamo verso il vulcano Alumbrera, attraversando un mare di lava nera (che il GPS segna appunto come un lago). Saliamo fin quasi in cima, ma poi siamo costretti a tornare dal forte vento e l’ora tarda.

“La maggiore luminosità della luna e delle stelle a quella altezza, per la perfetta trasparenza dell’atmosfera, era veramente notevole.” Charles Darwin

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Mercoledì 24 dicembre, Antofagasta de La Sierra – San Antonio de Los Cobres, 539 km


Lama al bofedal


La prima idea è di tornare a El  Peñon e salire verso Est al Vulcan Galan (5000 e passa metri con la caldera più grande del mondo). Un locale ci ha detto che con attenzione ce la possiamo fare con la Gran Vitara, mentre una guida in albergo, che voleva venderci il tour per 1000 pesos, ci ha detto di no. Ci avviamo quindi verso Sud, ma poi riflettiamo che non val la pena di rischiare con tutte le cose belle da vedere a Nord. In particolare oggi vorrei andare a Tolar Grande, come mi ha consigliato Gianluca. Ci ridirigiamo quindi verso Nord per questa meravigliosa strada che sale e scende sull’altopiano intorno ai 4000 metri. Ora è sterrata e attraversiamo alcune belle formazioni rocciose rossastre: Carla dice che è un canyon che sta nascendo. Arrivati al Salar de l’Hombre Muerto c’è un bivio a destra segnato come strada principale per San Antonio de los Cobres. Lo prendiamo e poco dopo c’è la Escuela de Catamarca n. 167, in realtà un complesso di baracche, dove una donna ci conferma che quella è la strada migliore e che la vecchia via è quasi in disuso; poi ci dice che ormai sono anni che non ci sono più lezioni alla scuola e ci indica come andare a vedere lì vicino la Mina Incahuasi, una vecchia miniera d’oro, utilizzata sin dagl’Inca e poi fino agli anni ’50, anche dai gesuiti. Infatti c’è una chiesa semi diroccata. Sul Salar capiamo il perché della deviazione: c’è una miniera di litio e per i camion dei minatori, hanno fatto un nuovo pezzo di strada che attraversa il Salar verso Nord. Arriviamo così a Pocitos e prendiamo verso Sud Est lungo la strada per il Passo Socompa, che costeggia il Tren de las Nubes, ferrovia ora in disuso, che porta da San Antonio de los Cobres a Antofagasta in Cile. La strada attraversa prima un pezzo del Salar de Pocitos e poi degli stupendi montarozzi di terra rossa, che chiamano Las 7 Curvas. Aggiriamo a Sud la catena del Cerro Pachon, dove l’ESO sta studiando un possibile sito per l’EELT, e sbuchiamo sul Salar de Arizaro. In distanza si vede il cono del Llullaillaco e arriviamo a Tolar Grande, le cui uniche caratteristiche sono la stazione del Tren de las Nubes e lo spettacolare scenario andino. Ci addentriamo un po’ nel Salar de Arizaro, poi torniamo indietro fino a Pocitos e proseguiamo verso Nord fino alla strada del Passo Sico, che prendiamo verso Est. Dopo un passo di 4550 metri, di cui nessuno parla, arriviamo a San Antonio de los Cobres, che ci sembra molto vivace, pur essendo solo un grosso villaggio andino. Anche se siamo ancora a 3700 metri, qui il clima è cambiato da quello dell’altipiano: è umido e il paesaggio è più verde. Consigliati dal benzinaio prendiamo alloggio in una confortevole stanza d’affitto a El Almacen, dove apriamo i simpaticissimi regali di Laura, che Carla ha portato per far Natale anche qui. Ceniamo al ristorante Aquila, semplice, ma buono. Il proprietario vuole le mie foto di animali (vigogne, lama, fenicotteri e nandù) che gli scarico con una pennetta, mentre Carla cerca invano di fare gli auguri telefonici ai figli, che non rispondono, e si deve accontentare di mandare un e-mail. La chiesa locale è piena come un uovo per la messa di Natale e varie persone, fra cui anche noi per un po’, la ascoltano da fuori al vento freddo.

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Zona Centro-Nord dell'itinerario, Nord in alto


 

Giovedì 25 dicembre, San Antonio de Los CobresSusques, 685 km


Arcobaleno andino


Ripassiamo dalla chiesa, dove ora ci sono solo una suora e due donne che fanno le pulizie. Partiamo verso Nord e passiamo da Tres Morros, dove l’unico abitante si fa dare delle sigarette e poi ci lascia fotografare la chiesa con Carla che sfoggia la collana regalata da Laura. Proseguiamo fino alla strada del Passo Jama, che prendiamo verso Est. La strada è asfaltata, così guida un po’ Carla lungo i tornanti che scendono a Purmamarca, un paese turistico sotto il Cerro de Siete Colores. C’è una simpatica chiesa vecchiotta, però chiusa nonostante il Natale, e compriamo da mangiare da un negoziante che mastica coca e ci dice che il formaggio di capra non ha bisogno di frigorifero, infatti lui non ce l’ha. Dopo qualche chilometro ancora verso Est giriamo verso Nord per la strada che risale il Rio Grande lungo la quebrada de Humahuaca, che è larga e circondata da belle montagne colorate. Passiamo il tropico del Capricorno non senza notare che qua non ci sono ombre, perché siamo al solstizio d’inverno e al mezzogiorno solare. Visitiamo Humahuaca, dove Carla riesce finalmente a fare un po’ di shopping turistico. Poi ci fermiamo per il picnic fra dei bei cactus fioriti. Ad Abra Pampa, ex Siberia Argentina ed attuale capolinea della Ruta 40, lasciamo la strada asfaltata, che dopo poche decine di chilometri arriva in Bolivia, e prendiamo uno sterrato verso Nord Est fino alla Laguna de Pozuelos, famosa per i fenicotteri. Siamo di nuovo sull’altopiano a 4000 metri e lo scenario è meraviglioso, nonostante vari temporali nei dintorni. Carla tenta di fotografare i fulmini imprendibili mentre costeggiamo la laguna a qualche chilometro di distanza, cercando un modo per raggiungerla. Un contadino ci spiega che non è possibile farlo in auto, ma bisogna andare a piedi. Rinunciamo perché pioviggina e i temporali intorno non promettono niente di buono, nemmeno per lo stato delle strade. In effetti si vedono un paio di cime imbiancate dalla grandine e si impone una scelta su dove andare a dormire. Prima pensiamo a Rinconada, villaggio minerario poco più a Ovest, ma poi, visto che i temporali sembrano dare tregua verso Sud, decidiamo di portarci avanti e raggiungere la strada del Passo Jama a Susques. Siamo premiati da scenari di cieli stupendi e riusciamo ad evitare la pioggia quasi del tutto, ma troviamo parecchia grandine per terra su uno dei vari passi sui 4300 metri. Dopo il passo la discesa è estremamente viscida per il fango e ci crea qualche emozione. Riusciamo comunque a non sbagliare nessun bivio e ci troviamo sull’asfalto di Passo Jama quando è già buio andino da un pezzo. Fortunatamente non dobbiamo arrivare fino a Susques perché c’è un albergo qualche chilometro prima: tanto domani dovremmo comunque tornare indietro.

“Il cielo nero mostrava che una nuova bufera di neve stava per sopraggiungere, e siamo stati ben lieti di esservi sfuggiti.” Charles Darwin

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Venerdì 26 dicembre, Susques – San Pedro de Atacama, 292 km


Salar de Aguas Calientes


“Il respiro affannoso prodotto dall’aria rarefatta viene chiamato dai cileni puna, ed essi sostengono le idee più ridicole riguardo alla sua origine.” Charles Darwin

Partiamo nelle nuvole, ma appena saliti sopra i 4000 c’è il sole. Le procedure doganali al Passo Jama sono rapide e allietate da due cani che giocano con due caprette. Non mi sento bene e faccio guidare Carla. In effetti poco dopo devo “innaffiare il deserto” per ben 4 volte sul bordo della meravigliosa strada. Non avrei mai detto di stare così male in questo posto meraviglioso dove volevo tanto tornare. Avrei voluto portare Carla a ALMA, ma dobbiamo rinunciare e scendiamo direttamente a San Pedro. Non penso ad altro che a stendermi su un letto vicino a una toilette. La ricerca dell’albergo è laboriosa perché è tutto pieno. Alla fine ci mandano ad un bell’albergo di fianco alla chiesa. Ci arriviamo in senso vietato e finisce la benzina a 20 metri dall’albergo. Io mi fiondo in stanza e Carla se la cava egregiamente facendosi aiutare a versare una tanica nel serbatoio. L’albergo è molto confortevole, proprio quello che ci vuole. Verso il tramonto Carla va da sola alla Valle della Luna, assapora l’esperienza di perdersi, poi mi porta un riso in bianco.

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Sabato 27 dicembre, San Pedro de Atacama – Arica, 805 km


Bar di Iquique


“E là si estende il deserto di Atacama, una barriera assai peggiore che non il mare più burrascoso.” Charles Darwin

Questa mattina sto meglio e lasciamo un po’ a malincuore il bell’albergo di San Pedro. Facciamo un giretto a piedi alla chiesa e alla piazza e poi ci dirigiamo verso Calama, dove non possiamo visitare la miniera di Chuquicamata, che il sabato è chiusa. Invece di fare la panamericana nell’interno, proseguiamo per Tocopilla sulla costa, che seguiamo verso Nord lungo una bella strada costiera. Non c’è nessuna traccia di vegetazione tranne qualche sparuto cactus in alto, ma ci sono belle spiagge, isole bianche di guano e punti panoramici. Ci fermiamo per un pranzo di pesce (sto proprio meglio) alla Caleta Punta del Urcu, un villaggio di pescatori. A Iquique ci fermiamo a fare una passeggiata nella piazza centrale e dintorni. C’è una torre con l’orologio ed un vecchio tram rimasto in uso in una via pedonale. Si vede poca gente in giro, forse per l’ora della siesta e prendiamo un caffè in un simpatico bar marinaro. Carla vorrebbe tornare indietro nel tempo per vedere com’era la città cent’anni fa, nell’epoca d’oro del salnitro, quando c’erano gli inglesi che giocavano a golf e si riunivano nei club a bere birra e tè. Il viaggio verso Nord prosegue ora nell’interno ed attraversiamo la Pampa del Tamarugal, dove ci sono radi boschi di tamerici, piantati dai tedeschi per ricostituire quelli tagliati per le miniere di salnitro. Poi la monotonia del paesaggio è interrotta solo da enormi quebradas profonde più di mille metri, in cui la strada si inabissa per poi risalire. In una di queste ci sono dei geoglifi (enormi disegni, fatti ammucchiando pietre) la cui antichità è alquanto sospetta. In lontananza vedo brillare un riflesso sul Cerro Mejillones, sul quale credo che ci siano delle istallazioni astronomiche. Arriviamo ad Arica che è quasi buio e siamo piuttosto stanchi dopo 800 chilometri di strada, ma dopo una doccia ce ne andiamo a cenare in una delle strade pedonali del centro, che è molto vivace e si sente l’aria multietnica di questa città di frontiera.

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Zona Nord dell'itinerario, Nord in alto


 

Domenica 28 dicembre, AricaPutre, 335 km


Lama innevato


Arica la domenica mattina è molto tranquilla. Andiamo a piedi fino alla cattedrale di San Marco, una chiesa di metallo costruita da Eiffel: fortuna che, anche se hanno problemi di terremoti, non hanno problemi termici. Infatti se la temperatura non fosse sempre primaverile, morirebbero in questa chiesa. Poi saliamo sul Morro dove c’era il forte a difesa della città e dove ora c’è il Cristo della Pace: si può anche farlo bello grande, dopo che hai vinto la guerra… Partendo compriamo frutta e verdura in un bel mercato sulla strada. La strada asfaltata si addentra nell’interno salendo inizialmente per una verde valle coltivata. Mi fermano dei Carabineros dicendo che andavo a 94 chilometri all’ora, mentre non facevo più di 70, perché ero dietro ad un autobus lento e li ho visti in lontananza. Dopo varie schermaglie mi lasciano andare senza multa. La valle in salita diventa via via più secca fino ad essere completamente arida. Sui 2500 metri ci sono dei buffi cactus a candelabro. Più avanti visitiamo il pukara de Copaquilla, un forte preispanico di pietre ammucchiate. Facciamo un ameno picnic nel giardino pubblico di Socoroma, un villaggio andino, quasi disabitato, ma molto ordinato e con una bella chiesa terremotata. Si unisce a noi anche un gatto locale. Verso le 15 arriviamo a Putre, lasciamo i bagagli in un simpatico albergo andino e, nonostante le nuvole, saliamo ancora verso Est, facciamo un bel giro sterrato intorno al vulcano Taapica, passando per Colpitas e Chanapalca. Nonostante che le nuvole ci impediscano di vedere le cime dei monti e che in alto nevichi, le viste sono belle ed incontriamo molti lama, alpaca, vigogne ed uccelli vari. Arriviamo sotto la neve a Parinacota, altro villaggio fantasma, ma con una bella chiesa. Riprendiamo la strada asfaltata verso il confine con la Bolivia per vedere la laguna di Cotacotani e il lago Chungara, che sono affascinanti, anche sotto le nuvole e senza i due bellissimi vulcani rimasti nascosti. Arrivati alla frontiera cilena con la Bolivia, torniamo indietro a Putre per la strada asfaltata e faccio benzina da un simpatico venditore casalingo, solo un po' caro. In albergo hanno un efficiente internet e riusciamo anche a parlare con Pietro.

“C’è in questa vita all’aria aperta un incanto indescrivibile. La sera era quieta e silenziosa; si udivano solo di tratto in tratto il rumore sibilante della viscaccia dei monti e il debole verso di un succiacapre.” Charles Darwin

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Lunedì 29 dicembre, Putre – Pica, 534 km


Lago Chungara e Vulcano Parinacota


“Durante una stagione molto secca, fu proposto di scavare un canale da questo lago per disporre di acqua, ma un sacerdote locale, dopo un consulto, dichiarò che vi era troppo pericolo, perché tutto il Cile sarebbe stato inondato, se, come si supponeva in generale, il lago fosse stato collegato al Pacifico.” Charles Darwin

Stamane c’è sole e partiamo speranzosi verso il Chungara. In effetti arrivati al lago ci sono ancora nebbie e nuvole, ma riusciamo a vedere la cima del vulcano. Lo spettacolo non è certo quello del pieno sole, ma ha un fascino invernale, con la neve fin quasi al lago, turbato appena dalla presenza dei fenicotteri. Con il permesso di doganieri e carabineros passiamo la dogana cilena verso la Bolivia e, prima del confine, giriamo a Sud per il lungo sterrato verso Colchane. Arriviamo quasi subito ad una terma, dove l’acqua termale è convogliata in una casetta abitata temporaneamente da una coppia di ciclisti. La strada prosegue attorno ai 4000 metri in ambiente andino umido. A parte i vulcani ubiqui, ci sono corsi d’acqua con “bofedales”, specie di paludi verdeggianti e un po’ in discesa, abitate da lama, alpaca e uccelli acquatici; più su ci sono cespugli d’erba e una strana pianta dura e verde a forma di sasso tondeggiante, che sfregata emana un forte odore di carota e può superare il metro di larghezza. Si tratta della Yareta, che effettivamente appartiene alla famiglia delle carote. Questa zona più secca è abitata da vigogne, guanachi e nandù. Impressiona il fatto che qui, nella zona più settentrionale del Cile, si trovano le stesse piante e gli stessi animali che nella Terra del Fuoco. Attraversati un paio di villaggi, arriviamo al Salar de Surire, biancheggiante fra i vulcani. Il vento solleva scie di sale sotto le nuvole. Al bordo del Salar ci sono varie pozze d’acqua popolate da fenicotteri e papere varie. Una di queste pozze è di acqua termale e ci facciamo un bellissimo bagno solforoso ad una temperatura ideale per bilanciare il freddo vento. La strada prosegue attraversando diversi paesini, ciascuno con la sua chiesa, diversa da tutte le altre. Il tempo è variabile con sole, nuvole ed anche pioggia e neve, ma ci consente di vedere tutto tranne la cima di qualche vulcano. Colchane, al confine con la Bolivia, ha un aspetto desolato e una brutta chiesa. Scendiamo quindi verso Ovest per una strada che dovrebbe essere asfaltata, ma che all’inizio ha varie buche e pezzi sterrati. Poi migliora ed inizia decisamente a scendere dai 4000 metri dell’altipiano ai 1000 metri della “depresion intermedia”, la valle Nord-Sud, fra la cordillera della costa e le Ande, che percorre buona parte del Cile e lungo la quale corre normalmente la panamericana. La discesa impressiona noi europei perché invece di percorrere le valli rimane in quota fornendo ampie viste sul paesaggio via via più arido. In questa immensità quasi scompare il Cerro Unità, collinetta vicino a Huara dove c’è il geoglifo di un uomo alto 84 metri. Prendiamo la panamericana verso Sud, che attraversa i radi boschi di tamerici, già visti all’andata. Poiché è l’ora di trovare un posto per la notte e la panamericana qui non offre gran che, ci spingiamo qualche decina di chilometri all’interno verso Pica, che la guida cilena esalta come perla turistica in una zona agricola. In effetti il paesaggio diventa un po’ più verde con coltivazioni varie fra cui spiccano dei bellissimi agrumi, molti lime (per il pisco sour). Tuttavia a Pica abbiamo difficoltà a trovare un albergo perché molti sono chiusi e l’unico aperto ci dice che è pieno. Ripieghiamo su delle “cabanas”, capanne di legno, tipica abitazione di vacanza per famiglie. A cena mi bevo un ottimo pisco sour.

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Martedì 30 dicembre, Pica – San Pedro de Atacama, 623 km


Miniera di Chuquicamata


“La miniera di Chanuncillo fu scoperta da un uomo che lanciò un sasso contro il suo asino carico, ed avendolo sentito molto pesante lo raccolse e scoprì che era argento puro.” Charles Darwin

Nella cabana si dorme niente male, nonostante la semplicità. Dobbiamo svegliare la padrona per poterla pagare alle 9:30. Facciamo colazione in un ristorantino vicino alla piazza, dove tutti quelli che entrano ci salutano. Tornati sulla panamericana la riprendiamo verso Sud per un monotono trasferimento verso Calama, che nemmeno i radi e dubbi geoglifi riescono ad interrompere. Abbiamo la fortuna di arrivare a Chuquicamata giusto in tempo per prendere uno dei giri organizzati alla miniera di rame, che è un enorme buco a cielo aperto. Impressionano le dimensioni, dove persino gli enormi autocarri, che trasportano il materiale, scompaiono. Intorno crescono colline di materiale inerte che hanno già sommerso la vecchia città dei minatori, mentre l’attuale è stata abbandonata da pochi mesi, per le nuove regole sulla distanza delle abitazioni dagli impianti industriali. Sospettiamo che la vera ragione sia la necessità di scavare sotto la città che si trova fra due buchi, che a forza di ingrandirsi stanno per congiungersi. Tutta la polvere e lo sporco della miniera mi ricordano di pulire il filtro dell’aria a Calama. Proseguiamo per San Pedro dove arriviamo presto senza che questo ci aiuti nella ricerca di un albergo, perché sono tutti pieni. Stiamo per rinunciare a San Pedro e proseguire la ricerca a Toconao e Socaire, quando troviamo una stanza nello splendido albergo del fratello della Tetè. E’ eccessivamente caro, ma ci consente di fare un giro a vedere la piana di Chajnantor, che è il sito di ALMA e di altri telescopi. Ormai ammaestrato dalla visita di un anno fa, so come fare. Saliamo per la bella strada asfaltata verso il passo Jama e, lasciati il Licancabur sulla sinistra e il Toco sulla destra, al km 57 da San Pedro e a 4800 metri di altezza, svoltiamo a destra per un buon sterrato. Poco dopo c’è una sbarra abbassata, ma non lucchettata, per ovvi motivi di sicurezza, anche perché dall’anno scorso hanno aggiunto delle barriere per rendere più difficile aggirarla. Passati un paio di piccoli telescopi si arriva da Est sulla piana a 5000 metri. Andiamo prima a sinistra a vedere ALMA, dove dall’anno scorso hanno finito la costruzione dell’edificio principale e stanno facendo le piattaforme che serviranno da base per le antenne mobili. Anche la “sicurezza” è aumentata ed il personale in loco ci fa registrare. Torniamo verso Nord e vediamo APEX, l’antenna pilota dell’ESO e l’Atacama Cosmology Telescope sotto il Toco, dove Carla raggiunge il suo record di altezza a 5160 metri. Torniamo verso San Pedro giusto in tempo per goderci un bel tramonto sul Salar de Atacama durante la discesa. In tutto da San Pedro ci sono volute tre ore. Questa facilità di accesso ai 5000 metri deve essere uno dei motivi che hanno condotto alla scelta della piana di Chajnantor come sito di Alma, congiunta probabilmente con l’esperienza dei cileni ai lavori minerari in quota (ma forse sono influenzato dalle esperienze di oggi).

“Il tramonto è stato uno spettacolo splendido; le valli stavano diventando buie, mentre le cime nevose delle Ande conservavano ancora una tinta rosea.” Charles Darwin

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Mercoledì 31 dicembre, San Pedro de Atacama – Antofagasta de la Sierra, 566 km


Laguna Miniques


“Il paesaggio era grandioso; a occidente vi era un bel caos di monti, divisi da profondi burroni”. Charles Darwin

Oggi ripassiamo in Argentina per il Passo Sico. La dogana cilena si fa addirittura a San Pedro. Poi andiamo a vedere le lagune Miscanti e Miniques, sempre bellissime, anche se ci sono alcuni turisti, la maggior parte brasiliani con ombrelli parasole. Proseguiamo per il Salar Talar e per la laguna Tuyajto di un verde cangiante. Carla non sta molto bene, forse stanchezza e altitudine. Comunque preferisce non fermarsi a San Antonio de los Cobres o scendere a Salta e proseguiamo per Antofagasta della Sierra, dove arriviamo verso le 20 dopo 566 km, quasi tutti di sterrato. Nell’ultimo tratto diamo un passaggio ad un locale che va ad Antofagasta per la grande festa di capodanno. Quando arriviamo la macchina è piena di polvere e non si apre più il portellone posteriore, la cui maniglia è bloccata e devo togliere i bagagli abbassando il sedile posteriore. Facciamo gli auguri a Pietro con skype e dopo cena andiamo a fare un giretto in paese. Non pare che la festa impazzi e ce ne andiamo a dormire, tanto il capodanno italiano è già passato.

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Giovedì 1 gennaio, Antofagasta de la Sierra, 39 km


Ribaltati ma sani


La mattina è tersa e passiamo un po’ di tempo a pulire la macchina, così si apre di nuovo la porta posteriore. Partiamo verso le 9 in direzione Sud. Poco dopo ci fermiamo a fotografare fenicotteri e lama in una palude. La strada asfaltata prosegue di fianco alla colata di lava del vulcano Alumbrera e del suo gemello, con varie curve. Ad una di queste sulla destra, lievemente in discesa, i freni non funzionano, arrivo lungo, esco di strada e la macchina si corica sulla destra e finalmente si ferma sul tetto con le ruote in aria. Tutto è successo abbastanza lentamente ed ho fatto in tempo a dire a Carla di tenersi forte. In effetti entrambi ci siamo tenuti e, nonostante che la sensazione di ritrovarsi capovolti non sia piacevole, usciamo indenni dalle porte. Comunque è un bel guaio: la macchina ha le ruote in aria, il tetto acciaccato ed il parabrezza rotto. Tiriamo fuori tutti i bagagli ed aspettiamo sotto il sole ormai caldo. Dopo più di un’ora verso le 11, visto che non passa nessuno, mi avvio a piedi verso Antofagasta della Sierra che dista 19,4 chilometri. Ho fatto un paio di chilometri ed ecco che mi raggiunge un’ambulanza. Si ferma, ha a bordo i nostri bagagli e mi dice che ha lasciato Carla all’auto, perché passerà la polizia a prenderla: entrambi tornano da El Peñon, dove c’è stata una rissa la notte scorsa. Li convinco a tornare a prendere anche Carla, che non voglio lasciare così sotto il sole. Ci riportano così entrambi all’albergo dove abbiamo passato la notte. Poiché i cellulari non hanno campo, andiamo al telefono pubblico, unico telefono del paese, a telefonare alla Hertz per informarli ed avere istruzioni e possibilmente un’auto sostitutiva. Dopo due telefonate ancora non ci hanno detto cosa fare. Arriva la Polizia locale e dicono che vogliono andare a recuperare l’auto. Vado con loro, che sono in sei in un pick-up e dopo molti sforzi riusciamo a raddrizzare l’auto. Ha le due ruote di sinistra bucate. Cambiamo quella anteriore con quella di scorta e riportiamo l’auto sulla strada. Vogliono trainarla, ma si rompe subito il cavo di traino. Allora decido che forse è meglio guidarla. Controlliamo i livelli di olio e acqua e parto con una poliziotta. L’auto funziona regolarmente a parte i freni che solo dopo varie pompate accennano ad un lieve rallentamento, ma la ruota bucata fa un gran rumore. Mi fermo quindi dopo poche decine di metri e constato che la ruota bucata si rovina ed arriverebbe completamente distrutta ad Antofagasta con probabili danni anche al cerchione. Parcheggio quindi a lato della strada, togliamo dall’auto molte cose asportabili e torno ad Antofagasta con il pick-up della polizia. Nel frattempo il posto telefonico è chiuso fino alle 5 e Carla si è istallata di nuovo nella stanza della notte scorsa. Per fortuna funziona internet e posso richiamare la Hertz con Skype. Ormai loro sono all’erta, ma ancora non hanno deciso bene cosa fare, se non che insistono che io riporti l’auto a Antofagasta. Ci scambiamo vari mail poco conclusivi. Alle 19 porto la gomma riparare da un simpatico gommista che è anche proprietario dell’unico distributore e del miglior negozio. Con la gomma riparata la polizia mi riporta all’auto, cambiamo la ruota e riporto l’auto guidandola fino ad Antofagasta. Viene con me la poliziotta con la radio ed il pick-up ci segue. I freni non funzionano quasi per niente, come la poliziotta può constatare, ed andiamo molto lentamente, anche perché nel frattempo si è fatto buio. Lascio l’auto con tutte le sue carte e cose alla caserma di polizia. Ceniamo e non possiamo più comunicare perché internet non funziona più. Ho comunque informato la Hertz via e-mail che ho riportato l’auto ad Antofagasta e rispondono che verranno domani a riprenderla. Dopo cena torno alla polizia per fare un rapporto ufficiale. La nostra idea è di prendere l’autobus che domani mattina parte per Belen.

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Venerdì 2 gennaio, Antofagasta de la Sierra – Belen, 348 km


Il bus El Antofagasteño


El Antofagasteño, si chiama l’autobus che prendiamo per Belen. E’ anche lui del boss locale, quello del distributore. Lo guida un simpatico locale, dall’aspetto stranamente indiano (dell’India). Con lui ci sono 3 amici/aiutanti con i quali ride e scherza continuamente. Comunque il viaggio è abbastanza comodo e relativamente rapido. Ogni tanto suona la tromba per chiamare viaggiatori nei paesini o ne carica altri che aspettano lungo la strada. Passata la Cuesta de Randolfo, il tempo cambia e comincia a piovigginare: è finito l’altopiano, purtroppo. Ci fermiamo per pranzo in un ristorantino poco prima di Villa Vil e arriviamo a Belen che sono passate le 17. Andiamo in taxi al solito bell’albergo e provo ancora a mettermi in contatto con Hertz, per vedere se mi possono dare una macchina sostitutiva, ma, nonostante le comunicazioni difficili, mi rendo conto che non c’è verso. Poco male: proseguiremo in autobus. Compriamo quindi un biglietto per un autobus domani per Catamarca e per la coincidenza per Mendoza. Belen ci fa un impressione migliore di quando ci siamo passati all’andata, forse perché abbiamo tempo di vederla con calma.

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Venerdì 3 gennaio, Belen – San Fernando del Valle de Catamarca, 297 km


San Fernando del Valle de Catamarca


E ci svegliamo con calma: come dice Carla, viaggiare con i bus è un altro ritmo. Vado alla Polizia locale per sapere se devo fare in Argentina o in Cile un’eventuale denuncia a Hertz. Mi dicono che devo farla in Cile e che la Polizia di Antofagasta della Sierra non ha fatto altro rapporto oltre al mio esposto. Subito dopo pranzo prendiamo il bus per San Fernando del Valle de Catamarca, per brevità Catamarca, la capitale della provincia. E’ una cittadina agricola e piacevole. C’è una vecchia stazione in disuso, una lunga e animata via pedonale che da quest’ultima porta alla piazza principale. Visitiamo un interessante museo archeologico con molti reperti di tutti i periodi della civilizzazione locale, incluso quello della colonizzazione. Mi colpisce che l’unica stanza con l’aria condizionata sia quella che contiene le opere religiose degli ultimi 4 secoli, mentre antiche mummie, stoffe e terracotte sono lasciate al caldo umido. Dopo un giro nella cattedrale ceniamo fuori sulla piazza godendoci la vista della gente che passa. Poi prendiamo il bus semi-cama notturno per Mendoza.

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Domenica 4 gennaio, San Fernando del Valle de Catamarca – Mendoza – Santiago, 1184 km


Mendoza


“La felicità degli abitanti di Mendoza è mangiare, dormire e stare in ozio.” Charles Darwin

Mendoza la domenica mattina è un po’ addormentata, ma si vede che è una città con una sua storia e una sua vita. Andiamo in centro per la via pedonale, sentiamo un pezzo di messa nella chiesa di san Francesco. Al mercato generale, incredibilmente aperto, compriamo del parmigiano argentino per Jorge e poco più avanti ad un mercatino artigianale dei regalini per Kyara. Alle 13 prendiamo il bus per Santiago con la TurBus. Sale rapidamente per la valle che costeggia l’Aconcagua, che si intravede fra le nuvole. Purtroppo alla dogana a Los Libertadores c’è una gran coda di auto e bus e ci mettiamo 3 ore e mezza a passare, ma riesce a passare anche il parmigiano (Que viva el queso libre!). Arriviamo a Santiago che sono passate le 10 ed andiamo in taxi a casa di Jorge e Tetè che ci accolgono molto ospitali e festanti per la nascita del nipotino Lino.

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Alcuni numeri

In totale dalla partenza da Santiago il 20 dicembre 2008 all’incidente a 20 km da Antofagasta de la Sierra il 1 gennaio 2009 abbiamo percorso 6340 km e consumato 609,5 litri di benzina, con un consumo medio di 10,40 km/litro e con una percorrenza media di 528 km/giorno. Poi abbiamo percorso altri 1829 km in autobus fino a Santiago.