Diario di Viaggio

Ai miei compagni di avventura.

Ho cercato di scrivere libero, attenendomi ai fatti, ma lasciando inevitabilmente trapelare le mie opinioni, indipendentemente da quelle di chi legge. Se così facendo ho offeso qualcuno, non era mia intenzione e me ne scuso sinceramente (ogni riferimento a persone e fatti reali è puramente casuale!).

Purtroppo il diario che ho scritto giorno per giorno in viaggio è andato perso per un banale errore e questo è stato quindi riscritto a più di un mese di distanza, perdendo in immediatezza ed acquistando probabilmente qualche errore e dimenticanza: perdonatemi.


Patagonia, dicembre 2006 - gennaio 2007

Indice


Itinerario del viaggio preparato con GoogleEarth


"La via più breve per giungere a se stessi gira intorno al mondo", Hermann Keyserling

"Il mondo è un libro e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina", Sant'Agostino



Giovedi 28 Dicembre

Laura ci accompagna alla stazione e si parte inizialmente verso Nord: prima in treno a Bologna e poi in aereo a Parigi. Qui in aeroporto troviamo Luca con suo figlio Daniele, alcuni libici (Renato, Francesco e Tina) ed incontriamo i molti altri partecipanti al viaggio. Stavolta avrò ancora più difficoltà con i nomi, perché siamo veramente tanti. Poi si va finalmente a Sud, volo diretto fino a Santiago la cui sola cosa buona è che Air France non ha perso la buona abitudine di offrire champagne.

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Venerdi 29 Dicembre


Il branco in partenza da Valparaiso



" Quando èramo in questo golfo vedessimo una croce de cinque stelle lucidissime, dritto al ponente e sono giustissime una con l'altra. " Antonio Pigafetta, sulla Croce del Sud

Dal finestrino vedo la Croce del Sud, bassa sull'orizzonte ma nitidissima e saluto anch'io l'altro emisfero. Dormo abbastanza, mentre Carla soffre il poco spazio. Comunque basta sbarcare a Santiago perché l'atmosfera cambi: c'è un bel sole caldo ed un'aria abbastanza limpida per una città normalmente molto inquinata. Mentre si completano le operazioni di arrivo, aiuto Andreina a recuperare il golf che aveva lasciato a bordo. Poichè domani, essendo sabato, la dogana sarà chiusa, gli organizzatori decidono di andare subito a Valparaiso a recuperare le moto. Alcuni passeggeri, soprattutto donne vanno direttamente in albergo a Santiago, mentre noi guidatori ci imbarchiamo in un autobus verso la costa. Non fatico molto a convincere Carla a venire con me, insieme a qualche altra avventurosa. L'arrivo nella stupenda conca di Valparaiso non delude i miei ricordi. C'è un sole meraviglioso che, una volta tanto, ha vinto la nebbia, causata dal freddo oceano, e le case colorate della collina brillano particolarmente. Andiamo subito alla dogana, un bell'edificio storico accanto ad una funicolare. Lì si parla solo burocratese e c'è un'impiegata anziana che ci confessa uno per uno. Deve solo controllare che il nome sul nostro passaporto corrisponda a quello del proprietario della moto sul Carnet des Passages en Douane, ma ha un gusto particolare nel fare domande personali e nel rileggere le carte varie volte (quando si dice fare il lavoro con passione...). Per fortuna l'organizzazione fornisce una simpatica signora che riesce a sveltire le operazioni e parla bene italiano (ha avuto un fidanzato di Bergamo). Ho la ventura di essere confessato fra i primi. Poi, finalmente libero, vado con Carla in un ristorantino poco lontano a mangiare degli ottimi gamberetti all'aglio. Intanto le operazioni vanno ovviamente per le lunghe: dovrò abituarmi al fatto che anche la minima procedura, se ripetuta per 30 moto richiede inevitabilmente tempo, a meno che non si faccia in parallelo invece che in serie. Abbiamo quindi il tempo di fare un'altra passeggiata ad un mercatino locale. Si ferma un furgoncino e i passeggeri molto gentilmente mi avvertono di stare attento che non mi rubino la macchina fotografica. Francamente a me non sembra una situazione particolarmente pericolosa, forse è solo che i locali hanno un gusto storico per i contatti con gli stranieri. Compro delle banane che mangiamo insieme agli altri rimasti alla dogana. Finalmente ci spostiamo tutti al porto, dove Seba apre il container con le moto e le tira fuori aiutato da un muletto e da noi proprietari. La mia, che non ho ancora mai visto, è bellissima, meno plasticosa delle nuove e piace anche a Carla, l'unico difetto è che manca la maniglia per il passeggero. I portuali insistono perché partiamo tutti insieme ed effettivamente la scena di 30 moto rombanti tutte insieme è unica. Non dura molto perchè già al primo distributore ci sgraniamo in vari gruppetti e così arriviamo a Santiago alla spicciolata, un buon modo per evitare code fra di noi. L'albergo è proprio davanti alla zona pedonale del centro e vado subito a farmi una passeggiatina. A cena Luca ci illustra il percorso di domani, forte del suo precisissimo road book, di cui ognuno di noi ha già una copia.

"La sera era bella e l'atmosfera così limpida che gli alberi delle navi all'ancora nella baia di Valparaiso, anche se distanti non meno di 26 miglia, erano chiaramente visibili come sottili strisce nere." Charles Darwin

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Sabato 30 dicembre


Carla all'Embalse del Yeso


Giornata libera a Santiago dove sono stato molte volte per lavoro (qui in Cile ci sono i migliori osservatori dell'emisfero Sud) e non ho difficoltà a decidere cosa fare con una moto a disposizione. Partiamo quindi presto per il Cajon del Maipo una stretta valle che si inoltre fra le Ande verso Sud-Est. Siamo ancora dentro Santiago e succede una buffa scena, per fortuna senza conseguenze. Ad un avvallamento della strada Carla rimane con le due borse laterali nelle mani e deve usare una testata per avvertirmi di fermarmi. E' successo che, visto che manca la maniglia del passeggero, ho chiesto a Seba come si poteva ovviare. C'è stato un malinteso ed ho capito che si potevano tenere le maniglie delle borse in posizione verticale, in modo che Carla ci si potesse attaccare. Solo che con le maniglie verticali le borse non sono più attaccate ai supporti e si sfilano facilmente verso l'alto! La giornata è bellissima e la valle molto verde. Ci fermiamo a San José de Maipo per avere informazioni. L'ufficio del turismo è chiuso e ripieghiamo sulla caserma dei Carabineros, che sono gentili, ma non particolarmente informativi. Per fortuna troviamo una cartina in un bar. Dopo San Gabriel la strada diventa sterrata e saliamo a sinistra lungo il Rio Yeso. Il paesaggio è ora molto brullo e montagnoso con varie cascate ai lati della valle. Dopo un piccolo guado, arriviamo alla diga che chiude l'Embalse del Yeso, un lago artificiale. Lo costeggiamo tutto, saliamo un po' dall'altra parte e poi decidiamo che è ora di tornare a familiarizzare con i nostri compagni di viaggio. Poco dopo San José ci fermiamo a mangiare delle buone empanadas cotte in un forno di fango. Arriviamo a Santiago in albergo giusto in tempo per la partenza del tour organizzato. Saliamo sul più piccolo dei due autobus, dove c'è una guida locale, che parla bene italiano. Ci porta alla Moneda, il palazzo dove è morto Allende, poi nella piazza centrale con la Cattedrale ed infine al Cerro Santa Lucia ad ammirare la vista della città, il tutto inframmezzato da buffe concioni politiche con i più impegnati di noi.

"Una mappa del mondo che non comprenda il paese dell'Utopia è indegna finanche di uno sguardo." Oscar Wilde

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Domenica 31 dicembre


La Reserva Nacional Laguna Torca


Con Renato, Francesco e Tina decidiamo di non seguire il percorso programmato, che parte sull'autostrada Panamericana verso Sud, ma di fare un pezzo dell'autostrada 78 verso il mare fino a Melipilla e poi prendere la strada normale in direzione Sud-Ovest verso Litueche. Il terreno è abbastanza vario e collinoso e ci fermiamo a far foto sulla grande diga che chiude il lago Rapel. Arriviamo sull'oceano a Pichilemu, dove c'è la solita nebbia del Pacifico. E' un paese con molti surfisti, ma hanno l'aria un po' sparuta: lo credo, con questa nebbia. Proseguiamo verso Sud lungo la costa e la strada diventa sterrata. La nebbia che si condensa sugli alberi e cade sulla strada crea del fango fastidioso e Francesco e Tina cadono, per fortuna senza gravi conseguenze. A Bucalemu ci ricongiungiamo con il percorso previsto e troviamo i bolognesi che sono già arrivati. Andiamo tutti a pranzare in un ristorante e poi si prosegue per la Reserva Nacional Laguna Torca. Il posto è bello con varie lagune interne, divise da colline coperte di eucalipti. Siccome ci siamo un po' allontanati dal mare, la nebbia ha lasciato il posto ad un sole caldo e, quando dopo Licantén la strada prevista torna verso il mare reimmergendosi nella nebbia, decidiamo di andare invece a prendere l'autostrada a Talca e poi la seguiamo fino a Chillan e Concepcion. La giornata di moto è stata molto lunga e Carla è così stanca che decide di non venire al cenone. Io ci vado in pullman insieme agli altri. Il ristorante è sull'acqua del golfo interno di Concepcion ed è piuttosto piacevole. Ceno vicino a Renato, che festeggia anche l'inizio della pensione, ed alle due coppie di bolognesi. Le portate vanno a rilento, anche perché una parte di noi arriva molto tardi, e la mezzanotte ci coglie con la carne nel piatto. Poi ci sono dei bei fuochi d'artificio sulla baia ed altri dietro la collina.

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Lunedì 1 gennaio


La cascata del Leon a Villarica


"La Spagna entrò fino al Sud del Mondo. Affaticati, gli alti Spagnoli esplorarono la neve. Il Bìo-Bìo, fiume profondo, disse alla Spagna: "Fermati". Il bosco di maitene, i cui fili verdi scivolano come tremore di pioggia, disse alla Spagna: "Non continuare". L'alerce, titano delle frontiere silenziose, disse in un tuono la sua parola. Però, fino al fondo della mia patria, pugno e pugnale, l'invasore arrivava." Pablo Neruda

Si abbandona definitivamente il Pacifico e ci si inoltra verso Sud-Est. La strada segue l'ampio estuario del Rio Bìo-Bìo, che rimane largo per molti chilometri e diventa quasi paludoso, in un ambiente molto pittoresco. Il programma prevederebbe una lunga deviazione verso Est, fin quasi al confine con l'Argentina per vedere le cascate del La Laja. Con Renato, Francesco e Tina decidiamo invece di proseguire verso Sud per avere più tempo per vedere la zona del lago Villarica all'arrivo. Prendiamo quindi l'autostrada 5 a Collipulli e la seguiamo fino a Freire. L'autostrada, già nota, è molto bella e scorrevole, se non fosse che nelle curve hanno avuto la buona idea di scavare delle righe che con la moto sono abbastanza insidiose. Comunque i vulcani delle Ande che ci scorrono sulla sinistra forniscono un paesaggio bellissimo. Ci fermiamo a pranzare a Villarica da un modesto paninaro ed arriviamo quindi assai presto al meraviglioso albergo di Pucon, dove festeggiamo nella enorme hall dell'albergo con un'ottima bottiglia di vino offerta da Roberto. La nostra stanza è una suite lussuosissima, ma resistiamo alla tentazione di sbracarci e ripartiamo per visitare il vulcano Villarica, anche se è immerso nelle nuvole. Uno sterrato in salita ci porta fino al parco delle grotte vulcaniche, che però è chiuso. Riusciamo a convincere una simpatica guida a farci entrare lo stesso. E' studente a Santiago e d'estate guadagna un po' di soldi facendo la guida. Ci porta a vedere un tunnel nella lava ed un grande canyon scavato da lava mista a neve. Lo spettacolo è assai suggestivo con la lava nera, la foresta molto verde ed una stupenda vista sul lago. Anche il vulcano decide di uscire dalle nuvole con la sua cima regolarissima e fumante. Ridiscendiamo verso Pucon e risaliamo un'altra valle più a Est per andare a vedere due bellissime cascate (la China e il Leon) immerse nella foresta fra arcobaleni e il canto di uccelli australi. Risaliamo fino ad un alberghetto nel bosco (Termas de Palguin) e, finalmente paghi, torniamo in albergo per la cena. In questo albergo meraviglioso, parcheggiamo le moto in una sala con moquette. Chiamo Jorge al cellulare e ci accordiamo di vederci domani sera da lui.

"Noche, nieve y arena hacen la forma de mi delgada patria (notte, neve e sabbia fanno la forma della mia magra patria)", Pablo Neruda

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Martedì 2 gennaio


La luna sul lago Rupanco


Mi sveglio presto perché la giornata è stupenda ed esco a fare una passeggiata sulla riva del lago e nella cittadina ancora addormentata, aspettando che aprano i negozi per comprare delle viti e dei ponticelli per fissare il supporto del GPS alla moto. Quando finalmente torno in albergo, fra una cosa e l'altra siamo gli ultimi a partire. Torniamo verso Villarica e poi verso Sud a Lican Bay sul lago Calafquen. Il paesaggio è stranamente svizzero, con laghi, monti e foreste, se non fosse per il maestoso vulcano Villarica che ci segue per un buon tratto. Nella sua regolarità ha un cambio di pendenza subito sotto alla cima che lo rende ancor più affascinante. Scavalchiamo altre colline ed arriviamo a Panguipulli sul lago omonimo. Da lì andiamo a prendere la solita autostrada 5 a Los Lagos e la seguiamo fino a Osorno, dove iniziano le istruzioni molto precise di Jorge. Prima a Sud-Est verso Puerto Octay con il regolarissimo vulcano Osorno di fronte. Poi una cinquantina di km di sterrato ci portano a costeggiare il lato Sud del lago Rupanco, passiamo Puerto Rico e quasi in fondo arriviamo alla casa di Jorge, dove eravamo già stati con i ragazzi una decina di anni fa. Jorge e sua moglie Tetè ci sono venuti incontro lungo la strada ed è molto bello ritrovarli in questo posto ameno e selvaggio allo stesso tempo. Ci offrono un graditissimo pranzo sulla veranda della loro elegante casa di legno, proprio davanti all'alerce che dieci anni fa avevo portato giù da un ghiaione al ritorno da una passeggiata al vulcano Puntiagudo. Ha l'aria di stare benone piantato nel loro giardino e non è molto cambiato, perché gli alerce crescono lentissimi. C'è anche Gabriel, il loro figlio più giovane e la loro nipotina Chiara, figlia di Lara, che era a Monaco con noi. Andiamo a fare una siesta sulla spiaggetta davanti a loro e poi, mentre Jorge e Gabriel escono in Laser, io vado in kajak con Tetè, che mi porta a vedere la nuova casa che si sta costruendo Daniel Hofstadt, un ingegnere dell'ESO che conosco bene. Jorge e Tetè non faticamo molto a convincerci a rimanere a dormire da loro e dopo vari inutili tentativi di chiamare Luca con il cellulare di Carla, finalmente riusciamo ad avvertirlo con il vecchio cellulare analogico di Jorge. Gabriel mi aiuta a montare il GPS sulla moto, ma quest'ultimo non vuol proprio capire che siamo nell'altro emisfero. Tetè ci prepara un'ottima cena e passiamo una bella serata davanti al fuoco chiacchierando e guardando foto. Finalmente andiamo a dormire in soffitta con la luna che ci guarda attraverso l'abbaino.

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Mercoledì 3 gennaio


Il vulcano Puntiagudo


A colazione Carla prende la mistura di musli fatta da Jorge, mentre io preferisco il pane fatto da Tetè con il miele. Non mancano i lamponi dell'orto. Viene il momento di partire, anche se Chiara non capisce perché dobbiamo andare via così presto, visto che siamo appena arrivati. Evidentemente la giovane Chiara non conosce ancora l'ansia di viaggiare. Dopo lunghi saluti ed una visita all'orto, anche Carla si convince a partire e siamo di nuovo sullo sterrato lungo il lago. Lo percorriamo tutto fino all'estremità Ovest del lago stesso, dove voltiamo a Nord verso Entre Lagos. Intanto il vulcano Puntiagudo è uscito dalle nuvole e ci saluta. A Entre Lagos ci fermiamo a prendere un caffè ed arrivano anche Renato e gli altri con cui ci ricongiungiamo felicemente e proseguiamo verso il confine con l'Argentina. Qui le Ande sono molto più basse che a Nord, ma sempre suggestive. Al confine, oltre alle postazioni dei doganieri, c'è il banchetto di una donna che ci fa un'assicurazione per la moto, obbligatoria in Argentina. Le altre pratiche doganali si risolvono abbastanza rapidamente con solo un paio di code. Poi la strada scende con belle curve verso il lago Nahuelhuapi e ci fermiamo in un ristorante con bellissima vista per il pranzo. Fortuna che la vista è bella perché l'attesa è lunghissima, ma non abbiamo fretta. Infatti poi bisogna solo girare intorno al lago per arrivare a San Carlos de Bariloche. Qui il vento patagonico comincia a farsi sentire. Lascio Carla in albergo e vado a fare il giro del Llao Llao, una penisola sul lago molto pittoresca, dove trovo i 3 ragazzi, anche loro irriducibili visitatori. Al ritorno passo per il Cerro Catedral, stazione sciistica del posto. Ceniamo con Flavia e Marco e poi la nostra passeggiata digestiva viene respinta dal forte vento.

"Eso nomas son las cumbres cordilleranas: gritos petrificados (le cime della cordillera non sono altro che grida pietrificate), Atahualpa Yupanqui

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Giovedì 4 gennaio


Il parco nazionale degli alerce


Si parte verso Sud lungo il lato Argentino delle Ande, che è più brullo di quello cileno, anche se a tratti ci sono anche qui dei bellissimi boschi. A El Bolson prendiamo una deviazione a destra per il lago Puelo ed arriviamo alla sua estremità settentrionale. Il lago è pittoresco, chiuso fra i monti, ma, forse per il vento, non ci ispira gran che e dopo una breve passeggiata ripartiamo. La sera sapremo che Giorgio e Patrizia hanno fatto una bella gita in gommone fino al confine con il Cile. Dopo Epuyen giriamo a destra per un lungo sterrato che ci porta al parco degli alerce. L'arrivo al lago Rivadavia all'ingresso del parco è spettacolare e ci fermiamo poco dopo a pranzare in un campeggio sul lago. Costeggiamo tutto il lago fino ad arrivare alla confluenza con il lago Menendez e con il lago Futalaufquen. Questo è un posto magico e ci fermiamo per una bellissima passeggiata, che, traversato un ponte sul rio Arrayanes, ci porta in un bel bosco di alerce ed altre piante australi fino a sbucare sul lago Menendez, in fondo al quale ammiriamo una bella montagna coperta da un ghiacciaio. Il sentiero del ritorno costeggia il lago Verde ed è proprio vero: qui ogni lago ha il suo colore molto particolare, ben distinto da quello degli altri. Ripartiamo e lo sterrato costeggia il lago Futalaufquen. Incontriamo Luca e Daniele che si godono lo spettacolo di una bella cascata e proseguiamo fino in fondo al lago dove c'è il paesino turistico di Villa Futalaufquen. Qui riprendiamo la strada asfaltata fino a Esquel, arrivo della tappa odierna.

"In solitudine estrema ciascun albero sta pateticamente smarrito", Jorge Luis Borges

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Venerdì 5 gennaio


La riserva del bosco pietrificato José Ormachea


Si parte verso Sud-Est per una strada asfaltata, di cui non ricordo gran che, fino a Sarmiento, dove ci fermiamo per pranzo in un buon ristorante di carne e dove troviamo quasi tutti gli altri. Dopo pranzo prendiamo da soli uno sterrato verso Sud, che in una trentina di km ci porta alla riserva del bosco pietrificato José Ormachea. Il posto è molto suggestivo: da una larga pianura brulla si arriva ad una scarpata coloratissima solcata da varie vallette. Sulla più grande di queste, la valle della Luna, c'è la riserva. Ci troviamo i 3 ragazzi, che evidentemente hanno una predilezione per i posti più belli. Loro hanno già fatto la visita e mangiano dei panini. Quindi ce ne andiamo per conto nostro per la riserva e troviamo subito i tronchi pietrificati, affioranti dal terreno siliceo. Lo spettacolo è così bello, che, mentre Carla rimane lungo la strada mi inerpico su per un pendio coloratissimo e lo spettacolo dall'alto è primordiale. Finalmente mi accorgo che Carla è salita su un pullmino che fa il giro del parco e sono venuti a prendermi sotto il pendio. Li raggiungo ed insieme scendiamo nella valle della Luna, dove vediamo una volpe ed una famigliola di Nandù, gli struzzi locali (ave estrucio). Rimarremmo qui più a lungo, ma è l'ora di andare e ci facciamo spiegare la strada per Comodoro Rivadavia, che non torna a Sarmiento, ma va un po' a Sud e poi a Est. Sarà anche più corta, ma lo sterrato di più di 50 km è terribilmente ghiaioso ed impegnativo per la concentrazione. Finalmente torniamo sull'asfalto ed arriviamo a Commodoro senza danni.

"Pampa: chiara come la luna, spianata come l'acqua la tua verità sta nel simbolo. So che ti van squarciando e i solchi e gli stradoni e il vento fatto pungolo. Pampa sofferta e maschia che dilaghi nei cieli, ignoro se tu sia la morte. So che mi alberghi in petto." Jorge Luis Borges

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Sabato 6 gennaio


Il parco del bosco pietrificato di Jaramillo


Esco a comprare un cavo per l'alimentatore del MacBook, in quanto si è rotta la sua spina originale e poi partiamo verso Sud. Prima di abbandonare Commodoro, facciamo un giro nella parte alta della città che ha una bella vista sull'oceano Atlantico. La strada costeggia l'oceano per un'ottantina di chilometri e poi a Caleta Olivia si addentra nell'interno, sempre pampa abbastanza piatta. Ci fermiamo a Fitz Roy per fare la benzina necessaria per la deviazione verso il bosco pietrificato di Jaramillo, ma il distributore è fuori uso. Dopo un po' di ricerche finalmente troviamo il proprietario di un'officina che ci vende benzina da delle taniche: è un po' cara, ma provvidenziale. Infatti dopo altri 70 km di asfalto prendiamo uno sterrato sulla destra che in 50 km ci porta al parco del bosco pietrificato. La strada è molto bella con vari branchi di guanachi, anche se l'arrivo è meno spettacolare di quello al bosco pietrificato a Sud di Sarmiento. A questo parco arriviamo da sopra ed è su un dolce pendio degradante verso una valle molto ampia. Mangiamo il nostro picnic su un tavolo fuori dagli uffici dei custodi. Ci spiegano che qui i tronchi derivano da alberi cresciuti in loco, al contrario del parco di Sarmiento, dove, dicono, i tronchi sarebbero stati trasportati dal movimento di un ghiacciaio. La cosa non mi convince perché i tronchi per pietrificarsi devono essere stati sepolti improvvisamente da cenere vulcanica durante un'eruzione e poi essere rimasti sepolti per molti secoli o millenni, per dar tempo alla cenere silicea di insinuarsi fra le fibre vegetali e trasformarle in pietra. Poi è abbastanza chiaro che, quando i tronchi pietrificati vengono riportati in superficie dalle piogge e dal vento, si disgregano poi in breve tempo per l'azione degli agenti atmosferici. Non vedo come e quando in questo processo i tronchi possano essere stati trasportati lontano da un ghiacciaio, senza interrompere il processo di pietrificazione e senza disgregarli. Comunque i tronchi qui sono ben più grandi e meglio pietrificati di quelli di Sarmiento, anche se il paesaggio circostante è meno impressionante, pur restando molto suggestivo. Facciamo tutto il percorso a piedi previsto e, mentre Carla rimane su un'altura ad osservare con il binocolo un gruppo di guanachi, mi spingo più avanti, semplicemente perché non so resistere al potente richiamo di un paesaggio desertico. Non posso però neanche lasciare Carla sola troppo tempo (è pure proibito uscire dal percorso segnato!) e torno da lei. Riprendiamo la moto, ma invece di tornare subito indietro, proseguiamo sullo sterrato verso Ovest fino ad arrivare alla scarpata che scende verso un fiume. Poi torniamo indietro per lo stesso sterrato fino alla strada asfaltata che ci porta a Sud a Puerto San Julian, che è un paesotto di mare piuttosto arretrato. Non c'è nemmeno un albergo che ci possa ospitare tutti e ci dividiamo in due alberghi, ma ci ritroviamo tutti per cena in un buon ristorante vicino al mare. Qui dopo cena arriva una ragazza, di cui non ricordo il nome, ma che chiamerò Francesca, perché assomiglia moltissimo ad un'amica che si chiama così. Francesca ci propone un giro in gommone a vedere pinguini, cormorani e delfini e ci accordiamo per trovarci l'indomani alle 7:30.

"... poi, i mari selvaggi e remoti deve egli [la balena] voltolava la sua massa simile a un'isola, i pericoli, indescrivibili e senza nome, della caccia: queste cose, con tutte le concomitanti meraviglie di un migliaio di parvenze e suoni patagonici s'aggiungevano a spingermi al mio desiderio...", da Moby Dick di Hermann Melville

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Domenica 7 gennaio


Il Perito Moreno


Ci svegliamo un po' prima per arrivare puntuali all'appuntamento con Francesca. Ci troviamo sulla spiaggia anche con i 3 ragazzi, che festeggiano il compleanno di Giorgio con delle belle tirate di orecchie. Il ragazzo di Francesca mette in mare il gommone e poi ci imbarca tutti portandoci sulle spalle. C'è anche il loro cane Mapu, che se la gode un mondo. Il giro si svolge tutto nella baia di San Julian e subito ci fanno compagnia dei piccoli delfini, con i colori di un'orca, che chiamano tonina ovara. Si divertono molto con le onde sollevate dal gommone e Mapu è in festa anche lui. La prima tappa ci porta a un'isola dove nidificano migliaia di cormorani, che guardiamo da fuori, per non disturbarli. La tappa successiva è l'isola dove nidificano i pinguini di Magellano. Qui possiamo scendere e Francesca ci istruisce bene su cosa possiamo e non possiamo fare. Ci sono centinaia di pinguini che hanno fatto i nidi nei bassi cespugli, dove a novembre sono nati i piccoli. Ora sono grandi praticamente come i genitori, ma hanno un'aria tenera e sono ancora ricoperti di piume. Sono veramente divertenti da guardare, perché assumono buffi atteggiamenti quasi umani, tanto che alcuni di noi si divertono ad imitarli. In realtà non si capisce chi sia l'imitatore e chi l'imitato. Cè anche una volpe grigia che si aggira fra i cespugli, disturbata dai gabbiani, che evidentemente devono avere anche loro i nidi da queste parti. Torniamo alla spiaggia di partenza, dove è già pronto un secondo gruppo di gitanti di cui fanno parte Seba, il dottore e la sua compagna: così, almeno stavolta, non avranno problemi a restare ultimi. Partiamo verso Sud nella pampa piatta e ventosa e dopo circa 160 km ci fermiamo ad un bivio dove inizia uno sterrato di 200 km e dove Luca ci ha detto di aspettarlo. Comunque, quando lui arriva, siamo gli unici ad averlo aspettato. Lo sterrato corre su un altopiano lungo la scarpata della valle del Rio Santa Cruz. Circa a metà troviamo gli altri fermi per un picnic e ci fermiamo anche noi a mangiare, finché non arrivano anche i pick-up di Luca e del dottore ed il furgone di Moreno. Poi lo sterrato scende per la scarpata, ma non è mai impegnativo. Finalmente si torna sull'asfalto ed in un'altra cinquantina di chilometri si arriva a El Calafate, sulla riva Sud del lago Argentino. All'albergo arriva insieme a noi il furgone di Moreno, si aprono le porte e i bagagli sono ricoperti da uno spesso strato di polvere. Per fortuna un inserviente dell'albergo li spolvera uno per uno con un piumino di nandù. Dopo aver preso possesso della stanza, riprendiamo la moto per andare a vedere il ghiacciaio Perito Moreno. La gita offre uno degli spettacoli più impressionanti del viaggio: si arriva su una penisola boscosa all'estremità Ovest del lago Argentino, di fronte alla quale arriva la larghissima lingua del ghiacciaio, fino a toccare la penisola e a separare quindi il lago in due parti. Il sentiero turistico scende con belvederi a vari livelli sulla penisola. Si sentono continui scricchiolii e scoppi dal ghiaccio ed ogni tanto si stacca un pezzo anche dalla parete sul lago. Solo la fame, che per me è un richiamo non da poco, ci distoglie dallo spettacolo per farci tornare in albergo. La sera arriva Alberto che è stato a El Chalten ed è riuscito a vedere il Fitz Roy e il Cerro Torre liberi da nuvole.

"Ogni volta che ho visitato questa regione mi sono detto che, se fosse diventata una proprietà pubblica inalienabile, sarebbe ben presto stata centro di grandi attività intellettuali e sociali, e quindi eccellente strumento del progresso umano", Francisco Pascasio Moreno (il perito)

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Lunedì 8 gennaio


Arrivando a El Chalten


Oggi c'è una giornata di sosta a El Calafate, normalmente dedicata ad un giro in barca a vedere i ghiacciai. Con Carla decidiamo che, per non perderci niente, lei andrà al giro in barca, mentre io tenterò la sorte e me ne andrò a El Chalten per vedere il Fitz Roy e il Cerro Torre. Parto quindi verso le 7 e faccio 223 km, di cui più di 50 di sterrato per girare in senso antiorario intorno al lago Argentino ed al lago Viedma, in fondo al quale c'è il paesino montano di El Chalten. Arrivando mi fermo all'ufficio del Parco Nazionale, dove mi danno qualche informazione. Anche se il tempo è abbastanza bello, le montagne sono nelle nuvole e loro non mi danno molte speranze che si aprano. Comunque mi compro da mangiare e qualche cartolina, lascio la moto all'estremità Nord del paese e mi avvio lungo il sentiero per il campo base del Fitz Roy, verso Nord-Ovest. La passeggiata è molto piacevole e varia. In un bosco di conifere vedo due bei picchi con la testa rossa. Lascio sulla sinistra la Laguna Capri e, dopo un campeggio, arrivo fino al Rio Blanco dove c'è un bel ponticello di legno. Tuttavia riesco a vedere solo la base delle montagne, mentre le cime più alte non escono mai dalle nuvole. Allora torno indietro per un tratto e giro a destra verso la Laguna Madre, un bel laghetto di montagna, battuto dal vento e circondato da terreni borfi d'acqua. Poi c'è la Laguna Hija, dove trovo una bella spiaggetta riparata per il picnic. Nonostante le cime nelle nuvole, qui c'è il sole e lo spettacolo ed i colori sono meravigliosi. Vengono anche a salutarmi delle paperette, mentre non si vede anima viva. Proseguo verso Sud divertendomi con il GPS ed arrivo al sentiero che da El Chalten porta verso il Cerro Torre e lo seguo fino al campo base De Agostini, per salire poi fino alla Laguna Torre, molto suggestiva, ma le vette non si mostrano. Niente da fare, è ora di tornare. Sono un po' deluso e, arrivando a El Chalten, anche piuttosto stanco, ma la giornata è stata comunque stupenda. Faccio benzina e torno a El Calafate, stavolta con il vento in poppa. Arrivato in albergo, non trovo Carla, che dopo il giro in barca è tornata con Renato a vedere il Perito Moreno. La invidio solo un poco e mi sbraco nel bagno.

"Ma disgraziatamente sopra questa meravigliosa regione si scatenano i venti e le tempeste con violenza inaudita, e gravita un cielo sempre fosco, lugubre, impregnato di un denso strato di vapori che i raggi del sole di rado riescono a dileguare per dare vita e splendore alla magnificenza della natura." Alberto Maria de Agostini

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Martedì 9 gennaio


Iceberg sul lago Grey


Giornata di trasferimento al parco nazionale delle Torri del Paine. Si torna verso Est, poi si sale una bella scarpata verso Sud-Est e a El Cerrito si lascia l'asfalto per uno sterrato di un centinaio di km verso Sud-Ovest. Molte moto fanno un giro molto più lungo per non lasciare la strada asfaltata. Effettivamente lo spettacolo è da tregenda, con grandi nuvoloni neri che a tratti oscurano il cielo, sempre ventosissimo. Comunque non piove tanto, anche se il freddo non manca, per cui alla fine dello sterrato il cappuccino di Nescafè da un benzinaio sperduto è assai gradito ed ha molto successo. Poi si ripassa il confine con il Cile, ma ormai siamo esperti ed abbiamo già tutte le carte a posto. Riprende lo sterrato e si gira intorno al lago Sarmiento, battuto dal forte vento, per entrare nel parco delle Torri del Paine, che già si mostrano in distanza. Con Renato ci fermiamo a vedere una bella cascata sul fiume che congiunge il lago Nordenskiold con il lago Pehoè. Tanto bene c'è una fastidiosa pioggia orizzontale, per cui invidiamo molto Giorgio e Patrizia che arrivano con il casco come due marziani. Ci dirigiamo quindi all'Hosterìa Pehoé, che è su un'isola sul lago omonimo, collegata alla terra ferma da un ponte pedonale di legno. Il luogo è molto pittoresco ed ha una bellissima vista sui Corni del Paine. Non riesco a star fermo, lascio Carla in albergo e vado in moto verso il lago Grey, lungo un bello sterrato che costeggia il Rio Paine, poi lo attraversa e risale il Rio Grey, fin quasi al lago, e tutte le acque hanno un colore diverso. Lascio la moto e tutto imbacuccato con tuta e casco, me ne vado verso il lago, ne costeggio il lato Sud lungo un grande spiaggione, dove arrivano gli iceberg, che si staccano dal ghiacciaio Grey all'altra estremità del lago e vengono spinti verso questo lato dal vento. In fondo alla spiaggia sono ormai da solo, perché l'unico ben equipaggiato. Costeggio una penisola collinosa dalla cui estremità, nonostante le nubi e la pioggia, c'è una bella vista sul ghiacciaio Grey e sugli iceberg bluastri sottostanti. Me ne torno soddisfatto e neanche troppo stanco in albergo.

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Mercoledì 10 gennaio


I corni del Paine


Mi sveglio presto per fotografare i Corni del Paine alla luce mutevole dell'alba e per fare il giro dell'isolotto. Oggi dobbiamo arrivare solo fino a Puerto Natales, che è poco lontano e decidiamo quindi di fare una passeggiata verso le Torri del Paine. Andiamo in moto fino alla Hosterìa Las Torres, traversando il Rio Paine. Poi con Carla saliamo a piedi per un sentiero lungo il Rio Ascensio fino al Rifugio Cileno. Da lì il sentiero diventa pianeggiante fino al Campamento Torres, poi sale sulla sinistra lungo un grande ghiaione morenico. Quello che è strano è che le Torri non si vedono mai. Appaiono solo in cima al ghiaione, al di là della laguna Torres. Lo spettacolo è bello, ma forse mi aspettavo di più. Scendendo mangiamo una zuppa di cipolla al Rifugio Cileno. Ripresa la moto ci fermiamo alla Laguna Amarga a fotografare dei bei fenicotteri rosa. Poi è l'ora di avviarsi verso Puerto Natales. Non ci fermiamo alla prevista Cueva del Milodon, per mancanza di tempo ed interesse non soverchiante. Arriviamo così di nuovo sul versante del Pacifico, anche se varie isole cilene ci separano dall'oceano aperto, pur senza fermare il vento. Puerto Natales cerca di ravvivarsi con case colorate, ma non riesce a vincere una generale desolazione.

"Una terra ventosa, ondulata, dall'aspetto desolato, ricoperta di erba appassita di un monotono colore bruno", Charles Darwin

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Giovedì 11 gennaio


Pinguini di Magellano


Partendo da Puerto Natales c'è il solito vento, ma ci saluta un bell'arcobaleno. Si va verso Sud-Est lungo una bella strada asfaltata, ogni tanto invasa da belle pecore grasse. Con Renato ci fermiamo ad un distributore piuttosto scalcinato che sta sull'incrocio per Rio Gallegos, dove dovremo tornare domani. Il freddo e il vento ci spingono ad entrare nel locale attiguo, dove ci accoglie un pappagallo ed una buffa collezione di portachiavi. Poco dopo giriamo a destra per uno sterrato verso la Pinguinera del Seno Otway, che visitiamo per un percorso obbligato lungo il mare. I pinguini sono sempre molto interessanti, anche se l'ambiente è più turistico e meno affascinante dell'isola visitata vicino a Puerto San Julian. Arriviamo abbastanza presto a Punta Arenas, sicuramente la città più ricca e vivace del Sud della Patagonia (si fa per dire). Pranziamo nella bella sala da pranzo in cima all'albergo. Nel pomeriggio ci riposiamo e visitiamo i negozi della città. In uno compriamo un uovo di lapislazzuli per la nostra collezione fiorentina. La sera dopo cena, grazie alla sala e al proiettore messo a disposizione dall'albergo, presento il mio recente viaggio in Cina ad una platea di aficionados.

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Venerdì 12 gennaio


Dopo uno sterrato nella Terra del Fuoco


"Poi andando a 52 gradi al medesimo polo, trovassemo nel giorno delle Undecimila vergine uno stretto, el capo del quale chiamammo Capo de le undece mila Vergine, per grandissimo miracolo. Questo stretto è longo cento e dieci leghe, che sono 440 miglia, e largo più o manco de mezza lega, che va a riferire in un altro mare, chiamato mar Pacifico, circondato da montagne altissime caricate de neve." Antonio Pigafetta, da "Relazione del primo viaggio intorno al mondo"

Oggi si passa nella Terra del Fuoco e tutta la prima parte della strada è lungo lo stretto di Magellano che la separa dal continente sudamericano. Me lo immaginavo diverso, con le coste alte e minacciose, cosparse dei fuochi degli indigeni. Invece le coste sono basse e solo in lontananza si vedono montagne nevose. Mantenendo una media molto sostenuta riusciamo ad arrivare giusto in tempo per prendere il traghetto delle 11 che attraversa lo stretto. L'arrivo sulla Terra del Fuoco è emozionante solo nei nostri desideri, ma il bello deve ancora venire. La strada verso Sud è asfaltata fino a Cerro Sombrero dove facciamo tutti benzina e dove comincia uno sterrato reso assai insidioso e fangoso dalla pioggia. Quando arriviamo ad un ristorante vicino al confine con l'Argentina a San Sebastian le moto sono coperte di fango e non posso dire fino a dove si è bagnata Carla, che, stando dietro, si è presa tutta l'acqua ed il fango sollevati dalla ruota posteriore, priva del parafango. Comunque nel ristorante c'è una bella stufa che risolve molti problemi. Mi accorgo che la ruota posteriore è bucata e Seba me la ripara con un tampone dall'esterno: potenza dell'organizzazione BMW! Dopo l'ultima frontiera la strada torna asfaltata ed arriviamo senza difficoltà a Rio Grande, di nuovo sull'Atlantico. Dopo l'arrivo in albergo, porto la moto ad un lavaggio, dove mi accorgo che si è rotto il supporto della borsa laterale sinistra. Lo dico a Seba, che per l'indomani mattina me l'ha già riparato.

"Molti di coloro che trovarono la morte rimasero congelati in piedi, appoggiati alle rocce, e anche i cavalli che avevano montato gelarono..." Augustin de Zarate, da "Cronaca dell'attraversamento delle Ande"

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Sabato 13 gennaio


Navigazione nel canale di Beagle


E' l'ultima giornata di moto ed anche la più fredda. Quindi ci mettiamo addosso tutto il possibile e partiamo verso Sud; per fortuna non piove. La strada per Ushuaia è tutta asfaltata ed il paesaggio è molto bello con boschi, radure e monti nevosi in lontananza. Ci ritroviamo in molti al benzinaio di Tolhuin a prendere un caffè caldo e ad ammirare la sua auto d'epoca. Nell'ultima parte di strada si supera una catena montuosa e l'arrivo dall'alto a Ushuaia sul canale di Beagle è molto suggestivo. Troviamo facilmente l'albergo che è in alto sopra la cittadina con una bellissima vista sul canale e sull'opposta isola di Navarino. Torniamo giù in città per portare la moto al container, che la riporterà in Italia. Seba, come al solito, è molto efficiente nel preparare tutte le moto e le formalità burocratiche si risolvono rapidamente. Pranziamo in un buon ristorante di pesce e poi visitiamo il museo del Fin del Mundo, che ospita una bella polena ed altri reperti marinari e locali. Quindi ci capita un bel colpo di fortuna: mentre Carla cerca di prendere soldi da un bancomat, me ne vado verso il porto, cercando informazioni sull'Antartide per un altro possibile viaggio, e mi imbatto subito in un baracchino, dove un tizio mi propone un giro in barca a vela nel canale di Beagle. Accetto subito e lui alla radio richiama indietro la barca che era già partita. Così Carla spende subito tutti i soldi che ha appena prelevato e ci imbarchiamo su uno sloop francese attrezzato per questi climi, che in passato ha fatto charter con l'Antartide. Da qualche anno è diventato proprietà di un locale che lo usa per giri nel canale. Lui, il capitano Hector, è molto simpatico ed ha un giovane mozzo che lo aiuta. Ci sono già vari gitanti a bordo, fra cui una coppia di italiani. Mi piace perché alza subito le vele, che sono l'ideale con questo vento. Nonostante il vento sia molto forte, il mare è calmo nel canale e siamo anche ridossati da alcune isole. La prima tappa è l'isola Hache (Acca), detta così per la sua forma, dove sbarchiamo ad un attracco predisposto sulle rocce. Il mozzo ci porta in giro per l'isola a vedere la flora. Ci sono dei bei fiori ed una strana pianta che sembra un gran tubero verde ed è della specie delle carote, di cui, se strofinata, emana il tipico odore. Su una spiaggia ci sono anche delle grandi alghe a forma di medusa. Tornati a bordo il capitano ci offre un gradito caffè e riprendiamo la navigazione verso un'isola piena di pinguini ed uccelli marini. Ci dovrebbero essere anche dei trichechi, ma non ne vediamo. Comunque torniamo a terra tutti molto contenti. La sera dopo cena Renato e Dario ci consegnano a tutti una targa ricordo del viaggio.

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Domenica 14 gennaio


Tango a Buenos Aires


La mattina è libera e con Francesco decidiamo di andare a fare una passeggiata verso il ghiacciaio Martial. Saliamo a piedi lungo la strada sopra all'albergo fino ad un piazzale da dove parte una seggiovia. La prendiamo attrezzandoci con gli impermeabili gialli forniti in loco, che teniamo anche per la successiva passeggiata in salita, visto che nevischia. Arriviamo a vedere il ghiacciaio, anche se non proprio a toccarlo, perché è ora di scendere per non far tardi all'appuntamento con gli altri. Infatti arriviamo in albergo giusto in tempo per prendere l'autobus che ci porta in aeroporto per il volo verso Buenos Aires. L'aereo si alza facilmente aiutato dal vento contrario e la prima parte del volo è molto bella sopra le isole che costeggiano il canale di Beagle. Arrivati a Buenos Aires ci sorprende nuovamente il caldo estivo e già sul pullman che ci porta in albergo una guida locale ci descrive le bellezze della città, coadiuvata validamente da Moreno. La sera ci portano in autobus al ristorante La Ventana, dove dopo una buona cena ci godiamo un bello spettacolo di tango.

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Lunedì 15 gennaio

"La città vive in me come un poema che non m'è riuscito di fissare in parole", Jorge Luis Borges

La mattina è dedicata alla visita della città che è assai più interessante di quanto credessi. Visitiamo la piazza centrale, con il cabildo bianchissimo, la cattedrale finta e la Casa Rosada in restauro. Poi andiamo al quartiere del porto dove ci sono case coloratissime e coloriti personaggi locali. Passiamo vicino allo stadio del River Plate, teatro di partite non solo sportive. Dopo il quartiere Palermo finiamo a pranzare in un vecchio locale, il Cafè Tortoni, molto pittoresco e pieno d'atmosfera. All'uscita c'è pure una manifestazione politica con poliziotti in tuta antisommossa. Poi è ora di imbarcarci sull'autobus che ci porta all'aeroporto per il volo di ritorno in Europa.

"Ma i veri viaggiatori sono soltanto coloro che partono per partire, col cuore lieve, simile a un pallone; non si separano mai dal loro destino e, senza sapere perché, dicono sempre: Andiamo!" Charles Baudelaire

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Alcuni numeri

Dalla partenza da Valparaiso il 29 dicembre 2006 all'arrivo a Ushuaia il 13 gennaio 2007 la moto ha percorso 6446 km e consumato 375,3 litri di benzina, percorrendo quindi in media 17,18 km/litro. La moto è andata sempre bene e non ha avuto nessun serio inconveniente. Ho bucato una volta la ruota posteriore, si è svitato il gruppo della freccia anteriore sinistra e si è rotto il supporto della borsa laterale sinistra. Tutto ciò è stato rapidamente riparato da Seba. Le gomme tassellate che erano nuove alla partenza, all'arrivo sono molto consumate, la posteriore proprio finita.

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Detti celebri

"E' succo di pesce", la guida a Santiago, ma era pesca.

"Mi escono stalattiti di polvere dal naso", Moreno, prima di tappare tutti i buchi del furgone portabagagli.

"Sembra proprio di essere nella pampa sudamericana" Patrizia, nella pampa sudamericana.

"Ecco l'eroe dei due monti", Fede, al ritorno di Alberto dal Fitz Roy e Cerro Torre.

"Davanti, come Seba quando c'è un problema a una moto".

"In un mercoledì del '78 le hanno viste senza nubi", Moreno, che ci descrive le Torri del Paine.

"Sperello, ma che bella moto che ti ho venduto!" Seba, ogni volta che mi vede.

"E' a noi che dovrebbero fare il monumento", Fede, guardando il monumento al vento.

"Sti cammelli manco la gobba c'hanno", Moreno, parafrasando un turista romano che vede i guanachi.

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